Ha indagato la guardia di finanza
Viterbo – (sil.co.) – Evasione milionaria, tra giudizi pendenti e prescrizioni la “giungla” dei Sacconi. Una storia infinita, cominciata nel 2008 con una verifica fiscale.
Condannati in primo grado nel 2017, i Sacconi sono stati poi prosciolti in appello nel 2020. Giovedì, intanto, è entrato nel vivo davanti al giudice Giacomo Autizi, con la testimonianza di due militari della guardia di finanza, un altro procedimento collegato alla stessa inchiesta. Ed è tuttora pendente un ricorso in cassazione.
“I giudici di secondo grado della corte d’appello di Roma, con sentenza dell’anno scorso, hanno dichiarato estinti tutti i reati contestati ai miei assistiti davanti al giudice Silvia Mattei per intervenuta prescrizione”, spiega lo storico difensore Franco Taurchini, che assiste anche Fabio Galanti, il dipendente che, secondo l’accusa, sarebbe il prestanome dei Sacconi.
“I fatti di cui si discute ancora oggi sono tutti risalenti al 2008-2009”, fa notare il legale, spiegando il perché della logica conclusione. “Per fortuna – sottolinea il difensore – a distanza di oltre un decennio la famiglia Sacconi sta tuttora svolgendo attività imprenditoriale, di notevole rilievo, operando sia sul territorio nazionale che con appalti di livello europeo”.
Oltre al secondo procedimento penale, nel frattempo, è ancora pendente un ricorso in cassazione relativo ai sequestri di beni per 9 milioni di euro e alla confisca di beni per 5 milioni di euro di cui la famiglia di imprenditori edili viterbesi è stata destinataria tra il 2013 e il 2017, quando si è concluso davanti al giudice Mattei il primo procedimento a carico di Mauro, Alessio e Simone Sacconi, rispettivamente padre e figli, nonché di Fabio Galanti il dipendente che sarebbe solo un prestanome, soggetto Aire con residenza in Brasile almeno all’epoca, secondo la procura della repubblica di Viterbo che ha coordinato le indagini della guardia di finanza.
“La corte d’appello ha dichiarato prescritti tutti i reati e annullato parzialmente la confisca. La corte di cassazione, davanti alla quale il ricorso è ancora pendente, riguarda per l’appunto il discorso dei sequestri e delle confische”, prosegue il legale.
Intanto è stata rinviata al 20 maggio la discussione del processo scaturito dal secondo filone dell’inchiesta, che si è tradotto in ulteriori accertamenti da parte delle fiamme gialle, nel gennaio 2014, relativi a una società riconducibile alla famiglia, con sede a un indirizzo “fantasma” di Grosseto e poi trasferita negli Stati Uniti, che sarebbe stata creata ad arte per sfuggire gli esattori attraverso il trasferimento fraudolento di beni per 5 milioni a una società “pulita”, per sottrarsi al pagamento delle imposte relative agli avvisi di accertamento.
Il dibattimento che si è aperto l’altro ieri davanti al giudice Autizi è per l’appunto figlio di quello che, il 15 febbraio 2017, si è concluso con la condanna in primo grado a due anni ciascuno per i Sacconi, a un anno e due mesi per Galanti e alla confisca di beni per cinque milioni di euro.
A distanza di tre anni, nel 2020, le condanne penali inflitte agli imputati dal tribunale di Viterbo si sono prescritte al secondo grado di giudizio, mentre per la parte “economica” si aspetta la decisione dei giudici di terzo grado e per il secondo filone il procediemento dovrebbe chiudersi entro primavera.
L’avvocato Franco Taurchini
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