Viterbo – (sil.co.) – “Non falsi braccianti agricoli, ma veri stagionali per la cura del bestiame”, ribadisce l’avvocato Marco Russo, alla luce delle motivazioni della sentenza di assoluzione “perché il fatto non sussiste” di due fratelli allevatori originari della Sardegna e residenti a Blera accusati di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.
La sentenza risale al 18 marzo, adesso sono uscite anche le motivazioni, dove si legge, tra l’altro: “La gravosità della tipologia del lavoro richiesto era tale da rendere arduo il reperimento di lavoratori se non facendoli pervenire dall’estero”.
Al centro la maxinchiesta che si è chiusa nel settembre 2016 con una raffica di 415 bis. Ben 37 furono le richieste di rinvio a giudizio, 34 delle quali finite a Siena per competenza territoriale, essendo stati commessi i reati contestati tra Alto Lazio e Toscana.
A distanza di oltre quattro anni, sono stati assolti con formula piena i fratelli Pietro e Ciriaco Puggioni, di Blera, giudicati con il rito abbreviato.
Il giudice Francesco Rigato
Le accuse
Per Pietro e Ciriaco Puggioni, 49 e 57 anni, la procura aveva chiesto una condanna a sei mesi di reclusione e a una multa di ottomila euro, con lo sconto di un terzo della pena previsto dal rito. Ha chiesto l’assoluzione con la formula più ampia il difensore Marco Russo.
Ciriaco, secondo l’accusa, avrebbe compiuto, al fine di trarre un ingiusto profitto non quantificato, ma ipotizzato (“in relazione agli accertamenti investigativi svolti, nella misura di 2500 euro”), atti diretti a procurare illegalmente l’ingresso in Italia di tre cittadini indiani quali braccianti agricoli mediante la presentazione di false richieste di assunzione.
Lo stesso il fratello Pietro, al quale si contestava di aver fatto entrare in Italia col trucco dei braccianti agricoli due cittadini indiani e un pakistano.
Perché l’assoluzione
Entrambi in realtà, come si legge nelle motivazioni della sentenza assolutoria: “Sono risultati essere titolari di aziende agricole di ampie dimensioni a Blera e di praticare l’allevamento di numerosi capi ovini. Attività per lo svolgimento della quale già in passato si era ricorso di frequente all’uso di personale costituto da cittadini cingalesi regolarmente assunti”.
“Nonostante il contenuto delle conversazioni intercettate – scrive il giudice – risulta sfornito di supporto probatorio che l’interessamento dei Puggioni fosse effettivamente finalizzato a favorire l’immigrazione clandestina, oltretutto di pochi soggetti, tanto più se si considera che potessero realmente necessitare di manodopera“.
Anzi, proprio dalle intercettazioni sarebbe emersa l’esigenza di reperire al più presto personale: “Tanto più che la gravosità della tipologia del lavoro richiesto era tale da rendere arduo il reperimento di lavoratori se non facendoli pervenire dall’estero anche in ragione del fatto che quelli giù presenti sul territorio dello stato erano indotti a cercare sistemazioni lavorative migliori e non così gravose come quelle presso le aziende agricole dedite all’allevamento di bestiame”.
Viene inoltre sottolineato come: “La stessa polizia giudiziaria rappresenta che la tesi secondo cui avrebbero agito a fine di profitto è fondata su mere illazioni”.
“In conclusione – scrive il giudice Rigato, motivando l’assoluzione con formula piena – alla luce degli elementi a disposizione, da ritenere del tutto carenti al fine di sostenere la lesi accusatoria per le ragioni sopra esposte, si ritiene che alcuna pronuncia di condanna sia consentita nei confronti di Puggioni Ciriaco e Puggioni Pietro in relazione al reati ad essi rispettivamente contestati”.
Marco Russo
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