Viterbo – Distributore Ewa ai tempi dell’operazione Petrol Station
Viterbo – (sil.co.) – Sfruttamento di benzinai alle pompe Ewa, al palo il processo che sarebbe dovuto entrare nel vivo giovedì agli imprenditori campani Vincenzo e Charles Salvatore Maria Salzillo. Slitta a dopo l’autunno l’audizione dei 23 testi dell’accusa, che avrebbero dovuto essere ascoltati tutti entro l’estate.
A suo tempo gli imputati, padre e figlio casertani di 65 e 30 anni, accusati di sfruttamento grave dei lavoratori, finirono agli arresti domiciliari nell’ambito dell’operazione “Petrol Station”. Indagati dal pm Massimiliano Siddi per intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, il cosiddetto ‘caporalato”.
La prima udienza del giudizio immediato si è tenuta il 4 novembre 2021. Da allora è passato quasi un anno e mezzo e adesso il processo è stato rinviato al prossimo mese di novembre, quando si procederà soltanto alla nuova calendarizzazione, per cercare di stringere i tempi del giudizio. Il processo, secondo gli auspici, avrebbe dovuto concludersi con la discussione il prossimo 7 dicembre, dopo otto udienze la prima delle quali lo scorso 27 aprile.
Padre e figlio, in particolare il padre, sono finiti già in passato nel mirino della magistratura, campana e non solo, per vicende legate alla catena di distributori di famiglia. Nel Lazio sono localizzati, in particolare, nelle province di Viterbo e di Latina.
Tra le 12 vittime su 18 che si sono costituite parte civile figura un solo italiano, mentre gli altri lavoratori sono tutti cittadini extracomunitari con regolare permesso di soggiorno, assunti nei distributori della catena Ewa, secondo l’accusa con contratti part time, ma costretti a lavorare di fatto fino a 12 ore al giorno, per 3 euro l’ora.
Le prime cinque parti offese, tutti stranieri, avrebbero dovuto essere ascoltate all’udienza di giovedì. Ventitré in tutto i testimoni della procura, uno per le parti civili e poi toccherà a quelli della difesa. Per la sentenza di primo grado nel frattempo c’è da aspettare.
Costretti a turni massacranti
Tutti immigrati e quasi tutti originari dell’Africa subsahariana. Sono i 18 dipendenti che sarebbero stati costretti a condizioni di vita e di lavoro disumane dai due gestori degli otto impianti di carburante Ewa arrestati con l’accusa di caporalato. Costretti a turni massacranti, lavoravano fino a 12 ore al giorno per tre euro l’ora. I gestori avrebbero fatto leva sulla solita minaccia: “O così o ti licenzio”. E pur di non perdere il posto i benzinai avrebbero accettato anche di alloggiare nei gabbiotti dei distributori.
Reclutati fuori dei supermercati
Al fascicolo dell’inchiesta sono allegate anche numerose fotografie che immortalano i dipendenti alla stazione di servizio anche di notte, o fissi alla pompa di benzina per ore e ore al giorno, nonostante contratti di lavoro part time da 25 o 40 ore. Secondo l’accusa, i lavoratori, tutti in regola col permesso di soggiorno, venivano reclutati tramite passaparola oppure fuori dei negozi e supermercati dove chiedevano l’elemosina. Pagati anche meno di tre euro all’ora
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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