Tarquinia – Saluto fascista in comune
Tarquinia – (sil.co.) – Saluto romano nella stanza del vicesindaco di Tarquinia, è ripreso ieri con la testimonianza dell’allora vicesindaco e attuale consigliere di minoranza Manuel Catini il processo per vilipendio della bandiera italiana a carico del trentenne Jacopo Bonini. Discussione e sentenza, salvo imprevisti, saranno prima della pausa natalizia. L’autore dello scatto, pubblicato sui social da un allora consigliere di minoranza, ha parlato a suo tempo di “gesto goliardico”.
Si tratta della vicenda costata a suo tempo le dimissioni, annunciate il 3 aprile 2018, all’allora vicesindaco Manuel Catini, pur rimanendo assessore ai servizi sociali e politiche giovanili.
Davanti al tribunale di Civitavecchia, difeso dall’avvocato Andrea Miroli, presidente della camera penale di Civitavecchia, è finito il giovane che si è fatto scattare una foto col cellulare mentre, indossando la fascia tricolore, tendeva il braccio destro in avanti nel saluto fascista.
L’immagine, poi diffusa sui social, fu oggetto di indagini da parte della Digos, sfociate nel rinvio a giudizio della persona ritratta.
A distanza di sei anni, si è chiusa ieri con la deposizione dell’ex vicesindaco, l’esame dell’imputato e l’ascolto di un teste della difesa, davanti al giudice Francesca Romana Maellaro, l’istruttoria del processo entrato nel vivo tre anni dopo i fatti, l’11 ottobre 2021, con la deposizione dell’autore della foto, il quale ha parlato di “gesto goliardico”.
In aula anche l’allora consigliere comunale d’opposizione Anselmo Ranucci, che il primo aprile di quattro anni fa pubblicò un post con allegata foto sui social. “Mi sono limitato a condannare il gesto compiuto all’interno della stanza del vice sindaco Catini. Ho oscurato il volto dell’imputato. Ho ricevuto centinaia di messaggi di gente che protestava per questo episodio”, ha riferito al giudice.
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Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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