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Viterbese morto all'ospedale di Perugia - Nove indagati per omicidio colposo - L'avvocato dei familiari: "Vogliamo la verità"

“Gino non è stato curato come meritava”

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Gino Pucciarelli

Gino Pucciarelli

Gino Pucciarelli

Gino Pucciarelli

L'avvocato Luca Mecarini

L’avvocato Luca Mecarini

Gino Pucciarelli con l'avvocato Luca Mecarini

Gino Pucciarelli con l’avvocato Luca Mecarini 

Viterbo – (s.m.) – Aveva 49 anni e tutta la vita davanti.
E’ morto in poco più di dieci giorni. Neanche il tempo di realizzare.

Una fine assurda quella di Gino Pucciarelli, architetto conosciuto a Viterbo e provincia, entrato in coma dopo un intervento alle tonsille e strappato di punto in bianco all’affetto dei familiari. 

Sale a nove il numero dei medici e paramedici indagati per omicidio colposo dalla procura di Perugia. Un atto dovuto da parte del pm Gemma Miliani, decisa a far luce sull’agonia del 49enne viterbese, ex cestista.

“Gino era sano”, spiega l’avvocato dei familiari, Luca Mecarini. Amico fraterno di Gino prima ancora che suo legale e che, quindi, ha una conoscenza dei fatti che va al di là della semplice lettura delle carte. “Non soffriva di alcuna patologia particolare e non era un soggetto a rischio ictus o infarto. Aveva deciso spontaneamente di operarsi, pur non avendone alcuna urgenza”.

L’intervento consisteva nel rimuovere tonsille, adenoidi e parti molli del palato, per evitare di andare in apnea nel sonno. Un’operazione cui, generalmente, si sottopone chi ha il problema di russare molto durante la notte, per una particolare conformazione dell’apparato respiratorio. “Un intervento di routine – secondo l’avvocato Mecarini -, che proprio per questo Gino affrontava senza alcun timore. E che soprattutto poteva essere rimandato, in presenza di eventuali campanelli d’allarme che, purtroppo, sono stati sottovalutati”.

Gino Pucciarelli entra all’ospedale Silvestrini di Perugia venerdì 3 luglio per sottoporsi all’intervento. Lo dimettono il giorno dopo. Il 5 iniziano le perdite di sangue, all’inizio piccole e non preoccupanti, ma già il 6 è costretto a tornare in ospedale perché il sangue non coagula. Le prime analisi rivelano una pressione arteriosa alta. “Circostanza già emersa in sede di intervento chirurgico – specifica l’avvocato Mecarini – e di cui si sarebbe dovuto tener conto. Perché anche nell’ipotesi che i normali protocolli non vietassero espressamente l’operazione, sicuramente un intervento era sconsigliabile in quel momento e si sarebbe potuto  rimandare senza conseguenze”. 

Dall’ospedale in cui era entrato con le sue gambe, Gino non uscirà vivo. Le perdite di sangue continuano; va avanti a trasfusioni, ma nessuno pensa al peggio fino all’11 luglio. E’ il giorno in cui dovrebbero dimetterlo, invece la situazione precipita: dopo un’emorragia grave Gino viene portato in terapia intensiva. Lo tengono in coma farmacologico. Tempo due giorni e passa dal reparto di otorinolaringoiatria a quello di neurologia.

Parenti e amici che lo vanno a trovare lo trovano come confuso: ha problemi a parlare e a muovere la parte sinistra del corpo.

Il 15 luglio gli trovano due ischemie; il 16 muore dopo l’ultima, letale emorragia. La famiglia, adesso, vuole verità e giustizia.

“Ho chiesto indagini approfondite anche sulle ultime ore di vita di Gino, quindi sulla sua permanenza nel reparto di neurologia – dichiara Mecarini -. Al momento, tra i nove indagati ci sono medici e paramedici di otorinolaringoiatria, rianimazione, un anestesista, ma nessuno di neurologia”.

Ieri pomeriggio, l’autopsia è andata avanti fino a tarda ora. Il pm ha affidato l’incarico a Martina Focardi e Cesare Ponticelli, dell’università di Firenze. Hanno preso novanta giorni di tempo per depositare la loro relazione sulla scrivania del pm. L’addio all’architetto sarà giovedì pomeriggio, alle 16,30, alla chiesa di Santa Maria della Verità.

“Gino è morto per due copiose emorragie dentro la struttura che doveva curarlo e non sottovalutare neanche il minimo segnale di pericolo per il paziente – continua l’avvocato -. Gli avvisi di garanzia sono atti a tutela degli stessi indagati. Doverosi per garantire l’accertamento della verità. In molti si sono avventurati in valutazioni precoci, dicendo che Gino è morto per ictus o patologie pregresse. Sono ipotesi irriguardose, irrispettose e mistificatrici, finalizzate a coprire prima del tempo eventuali responsabilità non ancora accertate. La gravità della situazione imponeva un’indagine approfondita. E alle indagini chiediamo la verità”.


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21 luglio, 2015

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