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Giudiziaria - Il giudice spiega perché ha assolto dall'accusa di omicidio colposo i cinque sanitari che hanno avuto in cura il 49enne viterbese deceduto dopo un intervento alle tonsille

“La morte di Gino Pucciarelli non fu colpa dei medici”

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Gino Pucciarelli

Gino Pucciarelli

Perugia – Il selfie in sala operatoria con Gino Pucciarelli semincosciente subito dopo l’intervento

Perugia – Il selfie in sala operatoria con Gino Pucciarelli semincosciente subito dopo l’intervento

Gino Pucciarelli a cena con i medici la sera prima dell'operazione

Gino Pucciarelli a cena con i medici la sera prima dell’operazione

Viterbo – Morto dopo un’operazione alle tonsille. Per il giudice non sono stati individuati “profili di colpa nell’operato professionale degli imputati correlabili al decesso di Gino Pucciarelli”. A processo, davanti al tribunale di Perugia, erano finiti cinque medici dell’ospedale Santa Maria della Misericordia: il primario di otorinolaringoiatra Giampiero Ricci, i chirurghi Maria Cristina Cristi e Luigi Giuseppe Gallucci, l’anestesista Carla Monacelli e l’otorinolaringoiatra Paolo Pettirossi. Sono stati “assolti perché il fatto non costituisce reato” dall’accusa di omicidio colposo avanzata dalla procura in seguito al decesso di Gino Pucciarelli.

L’architetto ed ex cestista viterbese di 49 anni è morto il 16 luglio del 2015 all’ospedale di Perugia dopo essere stato sottoposto a due operazioni: il 3 luglio per risolvere il problema delle apnee nel sonno e l’11 luglio per un’emorragia. Terminato il primo intervento Pucciarelli è stato immortalato, quando era ancora in sala operatoria, in un selfie con due dottoresse. Mentre la sera prima avrebbe lasciato di nascosto il reparto in cui era già ricoverato per andare a fare la spesa e partecipare a una cena a casa della dottoressa Maria Cristina Cristi, poi proseguita in un pub. “L’uscita dall’ospedale è stata organizzata da Cristi”, ha scritto nel capo d’imputazione il pm, che ha definito quella del medico una “goliardica e insana iniziativa, contraria alla doverosa condotta di diligenza a cui era tenuta e alle minime regole di prudenza”.

“L’allontanamento dall’ospedale e la cena non sono correlabili alla morte”
Nelle motivazioni della sentenza il giudice Lidia Brutti scrive: “Nessuna incidenza causale nell’evoluzione infausta del percorso clinico assistenziale può essere attribuita alla partecipazione del paziente a un cena in ambiente extraospedaliero assieme alla dottoressa Cristi, amica personale di Pucciarelli (episodio che nelle chat acquisite viene indicato goliardicamente come ‘Rapimento Gino’). Al di là dell’eventuale rilevanza deontologica della condotta del medico, che non assume rilievo in questa sede, i periti hanno chiarito che, anche nel caso in cui Pucciarelli avesse assunto (come sembra sia accaduto) alimenti e bevande che il buonsenso avrebbe consigliato di evitare, l’assunzione è avvenuta in un momento antecedente l’orario raccomandato per l’inizio del digiuno preoperatorio e, in ogni caso, non si è concretizzato il rischio specifico che la prescrizione dell’astensione dai cibi nelle sei ore precedenti l’intervento è volto a scongiurare. L’allontanamento dalla struttura ospedaliera e il consumo altrove della cena non sono, pertanto, in alcuno modo correlabili all’evento infausto”.

“Intervento chirurgico idoneo”
Premettendo che “non ci sono elementi per affermare ma neppure per escludere che Pucciarelli fosse stato reso edotto di alternative terapeutiche astrattamente efficaci”, il giudice definisce l’intervento a cui la vittima è stata sottoposta “indicato, stante la severità della patologia e le ricorrenti tonsilliti, elementi che considerati congiuntamente avvaloravano la scelta dell’approccio chirurgico”.

Il primo ricovero e la prima operazione
Per il giudice, “la gestione preoperatoria del paziente fu adeguata. L’intervento chirurgico fu eseguito correttamente. Il decorso post operatorio fu regolare, ‘ad eccezione della rilevazione di elevati valori pressori’. Tuttavia i dati a disposizione dei sanitari non erano tali da costituire un presupposto per una diagnosi di ipertensione arteriosa. La dimissione dalla struttura ospedaliera avvenne in tempi congrui, a seguito del mancato rilievo, in sede di controllo, di perdite ematiche”. Nonostante il magistrato sottolinei che “nella lettera di dimissione non fu posta indicazione/raccomandazione di monitoraggio pressorio a domicilio come invece sarebbe stato opportuno”, sostiene che “non ci siano elementi per poter affermare che tale omissione fu causa dell’insorgenza della complicanza che intervenne nell’arco delle 48 ore successive (l’emorragia, ndr)”. Anche la prescrizione del farmaco, per il giudice, “non era del tutto appropriata. Tuttavia – aggiunge – non c’è alcuna evidenza che fu poi effettivamente assunto da Pucciarelli”.

Il secondo ricovero e la seconda operazione
Sottoposto a un intervento chirurgico il 3 luglio 2015 e dimesso il giorno successivo, il 6 luglio il 49enne è stato nuovamente ricoverato in seguito a un’emorragia e l’11 luglio è finito in sala operatoria per la seconda volta. “I periti – è scritto nella sentenza – hanno concluso che l’evento emorragico fosse da considerarsi complicanza prevedibile ma non prevenibile: ‘ovvero espressione di una possibile, sebbene rara, complicazione di un fisiologico processo cicatriziale e, in quanto tale, non ascrivibile a condotte colpose dei sanitari che ebbero in cura Pucciarelli’ durante il primo ricovero. In seguito all’episodio emorragico, i sanitari optarono per un intervento di revisione del campo operatorio. A giudizio dei periti, ‘anche tale procedura appare condivisibile e adeguatamente condotta’”. Il giudice la definisce una “scelta corretta”.
Pure dopo il secondo intervento, però, i valori della pressione della vittima risultarono elevati. Ma per il magistrato “il quadro ipertensivo fu gestito correttamente”. E argomenta: “Non può affermarsi che sussistesse una correlazione causale tra l’alterazione emodinamica e l’insorgenza dell’emorragia post tonsillectomia”. Quest’ultima avviene alle 4,15 del 16 luglio 2015, un’ora prima della morte di Pucciarelli. Il sanguinamento “che causò il decesso del paziente – si legge nella sentenza – non è attribuibile a errori o omissioni nell’esecuzione del secondo intervento”. Anche in questo caso, sarebbe stata “prevedibile ma non prevenibile e quindi non attribuibile a un’inadeguata condotta dei sanitari”.

“Assolti”
Per queste regioni, il giudice Lidia Brutti ha assolti i cinque medici dall’accusa di omicidio colposo. Per il magistrato, “il fatto non costituisce reato”. E nelle 22 pagine di motivazioni conclude: “Non residuano aspetti della vicenda che debbano essere ulteriormente approfonditi”.


– Morte Gino Pucciarelli, assolti i cinque medici


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6 giugno, 2020

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