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Bassano Romano - Operazione Jackpot - I retroscena dell'inchiesta nell'ordinanza d'arresto - Primi ricorsi al tribunale del Riesame

Spaccia dai domiciliari, lo rimettono ai domiciliari

Viterbo - Operazione Jackpot - Scotti, Conte, Fazzi

Operazione Jackpot – Scotti, Conte, Fazzi 

Viterbo - Carabinieri - Operazione Jackpot

Carabinieri – Operazione Jackpot 

Viterbo - Carabinieri - Operazione Jackpot

Carabinieri – Operazione Jackpot 

Bassano Romano – (s.m.) – Spacciava dai domiciliari: è di nuovo ai domiciliari.

Per M.P., 41enne romano, la procura chiedeva il carcere, come per tutti i 14 indagati dell’inchiesta “Jackpot”, sul nuovo traffico di droga stroncato in provincia, in particolare tra la capitale e Bassano Romano. Il bilancio finale è stato di 11 persone ai domiciliari e 3 con l’obbligo di firma.

Nell’ordinanza d’arresto, il 41enne è descritto come “pericoloso e spregiudicato”. “Pur essendo sottoposto al regime di arresti domiciliari – scrive il gip Stefano Pepe – ha reperito stupefacenti per i suoi acquirenti, tra cui quelli viterbesi, avvalendosi della collaborazione di un cittadino straniero”. 

L’autorità giudiziaria ha intercettazioni poco rassicuranti sul conto di M.P.; un’indagata, parlando di lui, si esprime in questi termini al telefono: “M. a Roma è uno dei più forti, guarda che M. rifornisce tutta Casal Bruciato eh… cioè, qui stiamo a parla’ di pacchi eh! Cioè non è che rifornisce solo i pusher… lui rifornisce proprio le borgate”.

In altre intercettazioni, ritenute fortemente indizianti, è lo stesso M.P. a chiedere all’interlocutrice con cui ha appuntamento di sbrigarsi perché ha la sorveglianza speciale e deve rientrare.

La scelta tra carcere, domiciliari e altre misure più leggere è sempre di competenza del giudice. Ma, generalmente, commettere un reato dagli arresti domiciliari o evadere ed essere scoperti equivale a incorrere in un aggravamento della misura cautelare. Quindi nel carcere. 

Del resto, se per M.P. i domiciliari non funzionarono all’epoca, perché dovrebbero funzionare ora, in un’indagine in cui il giudice stesso ravvisa un forte pericolo di ripetere il reato?

Il pm Paola Conti, teoricamente, potrebbe fare appello. Ma è più probabile che a impugnare l’ordinanza d’arresto saranno le difese davanti al tribunale del Riesame.

Hanno già anticipato i motivi nei giorni scorsi: secondo i difensori, molti dei fatti contestati agli indagati sarebbero vecchi. In più, il grosso dell’indagine attinge dalle intercettazioni, con pochi sequestri di stupefacenti. Un punto sul quale, in realtà, l’ordinanza del gip Pepe è più che chiara: per accusare di spaccio non è necessario un sequestro di droga. Sono sufficienti le stesse intercettazioni. La cosiddetta “droga parlata” che l’ordinanza descrive: un linguaggio in codice, estremamente stringato e che, per il giudice, in questo caso, è a dir poco inequivocabile.

L’operazione “Jackpot” è scattata il 19 gennaio. Uno spaccio di droga assortito, secondo gli inquirenti: eroina, cocaina, hashish. A partire da alcuni furti a Bassano, i carabinieri ricostruiscono tutta la filiera degli stupefacenti: dai fornitori romani ai venditori al dettaglio a Bassano. Una “catena illecita degli stupefacenti – scrive il gip – che da Roma termina la sua espansione verso le piazze di spaccio di questa provincia”. 

Tante intercettazioni e tanti appostamenti dei carabinieri per poi scoprire che molti degli scambi tra fornitori romani e venditori al dettaglio viterbesi avvengono sempre al “solito posto”: un cortile in viale Duilio Cambellotti, traversa di via di Tor Bella Monaca, accanto a una Classe A scura sfasciata.

1 febbraio, 2016

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