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Scontro di civiltà o incontro di civiltà - Un fenomeno arrivato a livelli insostenibili che produce ingiustizia sociale e fa nascere il terrorismo - L'Islam non può rappresentare una vera minaccia

Il vero nemico è la crescente concentrazione di ricchezza…

di Franco Cardini

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Franco Cardini

Franco Cardini

Viterbo – Franco Cardini è una di quelle personalità che non hanno bisogno di presentazioni. Uno storico verace, che dietro quell’inconfondibile accento fiorentino regala sempre delle sorprese. Ed è stata certo una sorpresa, dopo averlo raggiunto telefonicamente, ascoltarlo rilasciare a David Crescenzi un così poderoso, ricco e denso intervento. Un intervento “di getto”, come l’ha definita lo stesso Cardini, originato da una domanda molto difficile: Quale è oggi il  “vero nemico” nella lotta al terrorismo? 


– Il vero nemico, oggi, è la situazione mondiale. Una situazione che ruota attorno al processo di crescente concentrazione della ricchezza. È un fenomeno, secondo me, con alti e bassi, nato almeno da mezzo millennio, che però è diventato sempre più consistente nell’ultimo secolo e che, ormai, è arrivato a livelli insostenibili.

Del resto, le mani in cui si sta concentrando la ricchezza (e per mani intendo persone, famiglie, gruppi, lobby) non solo sono un numero sempre minore, ma sono anche sempre meno controllabili. Infatti, nonostante lo spiegamento di forze con cui ci è stato fatto credere che noi stiamo andando verso momenti di sempre più ampia democrazia (e quindi anche trasparenza e compartecipazione di tutti alla cosa pubblica), paradossalmente, sta succedendo esattamente il contrario. Cioè, questi gruppi, che ormai possono anche essere contati, si identificano in fondo con una sessantina di lobby in tutto il mondo che, se si vuole, si riducono ulteriormente, perché poi sono collegate fra loro, anche se non sono sempre d’accordo tra loro. Pertanto, neppure si può pensare che esse possano dare corpo a una sorta di governo mondiale, buono o cattivo che sia. No, nemmeno quello può esserci, perché queste lobby che gestiscono la ricchezza e le risorse di tutto il mondo, semmai, sono destinate a farsi la guerra ancora a lungo.

Tutto ciò, comunque, potrebbe ancora dirsi tollerabile se un simile accentramento della ricchezza non comportasse l’impoverimento generale della popolazione del pianeta, insieme alla sparizione dei ceti medi ed unitamente a quella che il vecchio Marx, che ormai nemmeno si può più nominare, chiamava la “proletarizzazione delle masse”, la quale ha ormai per risultato, con i nostri sette miliardi di abitanti, una situazione in cui ci sono centinaia di milioni di persone poverissime o, addirittura, sotto la famosa soglia di povertà dei due dollari al giorno.

Un fenomeno largamente di massa, che interessa interi continenti (gran parte dell’Asia, quasi tutta l’Africa, quasi tutta l’America Latina) e che non è più sostenibile, come sanno bene le classi dirigenti, le quali in gran parte sono appunto dei comitati d’affari, facenti capo alle lobby che detengono la ricchezza del mondo.

Tutto questo mi sembra essere il grande nemico dell’umanità. I leader di queste poche decine di lobby che governano la ricchezza e che, quindi, governano anche la politica mondiale. Perché ormai esiste nel mondo un primato riconosciuto all’economia e la politica è diventata una faccenda di comitati d’affari al servizio dell’economia e della finanza. E questo è veramente un grande pericolo, in quanto ne deriva evidentemente una condizione di malessere diffuso, che poi si traduce in pericoli effettivi per la società. Perché essa diventa permeabile a tutto quello che è disagio, a tutto quello che è disordine, a tutto quello che è tentativo, magari inconsulto, di rovesciare lo stato delle cose. Chiaramente, tutto questo partorisce terrorismo, instabilità nonché quella cosa che una volta si definiva, con una parola che oggi è diventata patetica, “ingiustizia sociale”. E questo è il grande pericolo, ciò di cui bisogna avere paura.

Rispetto all’Islam, però, non vedo come potrebbe rappresentare una minaccia. Perché i gruppi musulmani che sono coinvolti in questi processi globali, che reagiscono a questi processi globali, propagandano un’idea dell’Islam che, sì, può avere anche degli addentellati con le origini lontane dell’Islam del VII secolo, ma in realtà è un Islam del tutto moderno. Invece, quanto all’islamismo, cioè la religione che diventa ideologia a carattere politico-sociale e cerca di restaurare un Califfato, che dovrebbe essere il luogo della libertà e della giustizia, ma non si capisce bene come, ebbene, trattasi di un fenomeno ancora largamente minoritario, che si inserisce in un società islamica molto più varia e complessa, priva di un centro e che interessa un miliardo e 600mila persone.

In definitiva, io credo che abbia ragione Olivier Roy quando dice che il pericolo reale di oggi è il radicalismo, che è anche un radicalismo sociale che nasce dall’impoverimento, dall’incertezza, dall’insicurezza, dall’ingiustizia. Però, il pericolo non è la radicalizzazione dell’Islam, cioè che l’Islam, oggi infettato in certi suoi gruppi estremistici ancora molto circoscritti, si trasformi in una società di terroristi, di un miliardo e 600mila terroristi. Questo pericolo non esiste.

Semmai, esiste il pericolo opposto, cioè quello dell’islamizzazione del radicalismo. Mi riferisco a un “radicalismo” nel senso etimologico del termine, inteso cioè come volontà che tutto cambi nel mondo. Una volontà che non è però sostenuta da un progetto politico: infatti, nessun radicale, inteso in senso tecnico, dirà mai come vuol cambiare il mondo. Dirà semplicemente che questo mondo non va e che va distrutto. Insomma, un radicalismo che potremmo definire anche nichilismo, che rischia oggi di assumere le forme esteriori dell’Islam, ma solo perché si esprime nel ritorno alla fede per i ragazzi musulmani di seconda o di terza generazione, i cui nonni sono venuti dal mondo islamico per cercare lavoro e i cui padri si sono magari del tutto integrati col mondo occidentale, nel quale, però, i più giovani non si trovano a loro agio.

In tal senso, i gruppi di persone, soprattutto giovanissimi, che versano in questa condizione di disagio, hanno oggi una sirena in più, una sirena diversa da quella dei corrispondenti gruppi del passato, che avevano varie altre vie di uscita (che invero ci sono ancora oggi): trovarsi un lavoro, farsi una famiglia e crearsi delle responsabilità, se ci riuscivano, se la società glielo consentiva e se loro avevano l’energia sufficiente per realizzarsi.

E questa era, e tuttora sarebbe, la via migliore. Altrimenti, c’erano e ci sono, alternativamente, il suicidio, l’on the road (come si diceva negli anni ’60 al tempo in cui andava di moda Kerouac), l’anarchismo, l’estremismo di sinistra, l’estremismo di destra, il traffico della droga, la delinquenza comune. Insomma, tutte le forme di disagio hanno degli sbocchi, alcuni positivi, altri negativi. Alcuni legittimi, altri illegittimi.

Oggi, a queste varie forme di disagio, si è aggiunto, e sta assumendo un ruolo abbastanza importante, anche la conversione a un Islam di tipo immaginario, perché poi, quando uno di questi ragazzi musulmani torna all’Islam, non è che si mette a studiare il Corano, si mette a buttare le bombe o ad accoltellare la gente. E, allo stesso modo, quando un occidentale scappa dal suo Paese (in Brianza, nelle Fiandre, in Irlanda) e va a combattere con il Califfo, non è che nel frattempo è diventato un esperto di scienza coranica. È semplicemente un soggetto che si trova male nella sua società, perché evidentemente si è imbattuto, a torto o a ragione, in forme di ingiustizie, in forme di disagio, e si è dato questa risposta: “ci vuole il regno di Dio”. Ma il regno di Dio della sua vecchia religione cristiana ormai è abusato, ne parlano tutti, la Chiesa cristiana è in crisi. Quindi, non stupiamoci se c’è gente che diventa buddista e gente che diventa altre cose: tra queste, una che può apparire affascinante perché promette una rivolta globale, addirittura armata, alla modernità o alla post-modernità, è questo Islam guerriero, questo Islam terroristico, questo Islam radicale.

Questa è una minaccia, senza dubbio. Ma non è una minaccia di cui sia responsabile la fede islamica, né la cultura musulmana, né le concrete società musulmane che, per quanto mi risulta, sono preoccupate del fenomeno esattamente come ne siamo preoccupati noi, con l’aggravante che, a loro, di questo fenomeno viene fatto carico. Cioè, se un musulmano accoltella qualcuno gridando “Allah Akbar!”, le proteste si levano contro l’Islam in generale. Questo ai musulmani dà fastidio molto di più di quanto non lo dia a noi. Ma noi, in generale, di questi problemi non ci preoccupiamo, perché musulmani non siamo, magari neppure siamo troppo familiari con le comunità musulmane e, quindi, ci possiamo anche immaginare un Islam che, tutte le volte in cui un terrorista o sedicente tale dà una coltellata a qualcuno gridando “Allah Akbar!”, in tutte le moschee comincerebbe a gioirne. Non è affatto vero.

Piuttosto, è vero il contrario: i musulmani si preoccupano e si indignano molto più di noi, proprio perché siamo in presenza di atti inconcepibili per la loro fede. Ci sono poi quelli sempre pronti a dire: “ma la fede musulmana è una fede guerriera”. Sì, va bene, io sono un discreto lettore della Bibbia, ma rilevo che anche l’ebraismo, nel momento della costruzione di Israele, si caratterizzò come fede guerriera. Tra l’altro, a guardare l’Israele di oggi, se si vuole, lo sembrerebbe ancora. Tuttavia, questo non ci autorizza certo a dire che l’ebraismo è una fede violenta. Ebbene, nemmeno l’Islam lo è. Questo i musulmani lo sanno benissimo. I non musulmani, invece, spesso lo sanno meno, perché sono un pochino accecati da questa propaganda odierna che è diventata propaganda degli islamofobi. Ma l’islamofobia è uno degli infiniti modi che ci sono al mondo per confrontarsi con un problema e non capirci un accidente.

Insomma, il problema mondiale che in questo momento ci preoccupa, la radicalizzazione e la diffusione della violenza terroristica, non ha radice religiosa (per quanto esso coinvolga anche questioni etiche e religiose), bensì essenzialmente sociali.

La concentrazione della ricchezza nel mondo, e quindi il suo impoverimento in termini mai visti prima, ha creato uno stato di vasta e diffusa miseria tanto socio-economica quanto spirituale e culturale. E’ sempre così: l’impoverimento ha sempre conseguenze negative sul piano sia etico, sia culturale. La mancanza di un livello accettabile di qualità della vita provoca abiezione e corruzione. Per questo il poeta americano James Oppenheim, riprendendo la frase di una sindacalista americana, scrisse nel 1911 il poema “Bread and Roses”, un versetto del quale recita: “our lives shall not be sweated from birth until life closes: hearts starve as well as bodies, bread and roses, bread and roses”. Questi versi sono divenuti una canzone popolare di lotta, una specie di “Nuova Internazionale”. Gli esseri umani hanno bisogno del diritto al nutrimento materiale: al pane, ma anche alla dignità, alle rose.

La rosa avvelenata del falso Islam che conduce all’assassinio degli innocenti è fiorita nel mondo perché si sono inariditi i roseti della civiltà e della libertà, uccisi dalla barbarie della società del profitto e dello sfruttamento. La necessaria rivoluzione che ci attende è l’unica possibile: il ritorno a una civiltà “a misura d’uomo” attraverso la fondazione di una società equa in tutto il mondo. Si tratta di quella misericordia e di quella giustizia entrambe auspicate nel magistero del grande papa Francesco. Tale rivoluzione potrà fallire, potrà non avvenire mai: ma allora saremo perduti tutti. Allora dovremo soltanto aspettarci altre guerre, altre violenze contro gli esseri umani come contro l’ambiente e la natura, altre ingiustizie.

Franco Cardini


Articoli: Dacia Maraini: “All’Islam è mancato un libro come il Vangelo e una figura come Cristo…” – Vanno combattuti i demoni del terrorismo e dell’ignoranza di David Crescenzi – Nessuno tocchi la società aperta… di Carlo Galeotti

22 settembre, 2017

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