– E’ stata dissequestrata mercoledì mattina la cava Cinelli di Vetralla.
Il sito di ripristino ambientale fu al centro di “Giro d’Italia, ultima tappa Viterbo”, la più grande inchiesta mai aperta a Viterbo sul traffico illecito di rifiuti. Il processo si è concluso il mese scorso, con la prescrizione per tutti i 14 imputati. Tra questi c’erano anche Sante e Mario Bartoli, titolari della cava Cinelli, difesi in aula da Samuele De Santis.
“Quando il mio avvocato mi ha chiamato per dirmi che eravamo stati assolti io e mio padre, sebbene per prescrizione, dall’infamante accusa di aver avvelenato le nostre terre, quelle dove sono nato e cresciuto e dove ho fatto nascere, crescere e giocare i miei figli, ho pianto – scrive Mario Bartoli in un’accorata lettera -. Sono tornato al 5 maggio del 2005, quando ci è stata messa sotto sequestro la vita e ai domiciliari la dignità, e ho rivissuto in un istante oltre sette anni di domande, di sguardi biechi, di umiliazioni da parte dei vicini, di minacce e violenze mai denunciate. Anche perchè chi darebbe ascolto a un mostro?”.
Per Bartoli il rammarico non è solo quello di essere finito sotto inchiesta, ma anche di non aver visto i produttori dei rifiuti sul banco degli imputati.
“Hanno portato camion di materiale nella mia cava – continua -, mi sono fidato di chi ne sapeva più di me, ho avuto paura di sbagliare, ma in due anni mi sono ritrovato senza un euro e senza un lavoro e con la casa sotto sequestro”.
La sentenza del mese scorso non ha dato risposte alla sua domanda: “Ma quelli che ci hanno guadagnato, coloro che producevano questi rifiuti, che prezzo hanno pagato? Nessuno, sono passati dalla mia “buca” a un’altra buca, senza neanche essere rinviati a giudizio”.
“La storia di questo processo italiano è la storia del processo che non c’è – scrive, ancora -. Fare giustizia è farlo in maniera equa ed essere forti con i forti, quanto con i deboli”. Per Bartoli e suo padre non finisce qui. “Noi ricorreremo in appello – conclude – perché, nonostante tutto, crediamo nella giustizia e vogliamo essere assolti. Vogliamo rispettare la giustizia, ma esigiamo che la stessa ci rispetti”.
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