– Tutte le città d’arte, per forza o per ragione, hanno dovuto operare drasticamente sui propri “centri storici” cominciando col chiuderli.
Sul come, chi ci sta riflettendo – e prima o poi dovrà decidere – non dimentichi un ammonimento del 1992 di Enrico Guidoni : “tutelare” il centro storico con una azione che sia “sistematica per mantenere e consolidare un effettivo equilibrio tra l’antico e il moderno, contro i rischi di una eccessiva omologazione”.
Viterbo, infatti, non è Ascoli, non è Terni, né Orvieto ed ogni intervento sarà efficace solo se sarà per la città e per i suoi abitanti. I quali non scoprono oggi il problema se, già nel 1886, si scriveva che il piano regolatore doveva “togliere a Viterbo l’aspetto medioevale” mettendo in evidenza la “leggiadria” del tessuto storico insieme con l’apertura al “progresso che rende più lieta la dimora ai cittadini e più prolungato il soggiorno ai viandanti”.
Quando, poi, nel dopoguerra, cominciò l’espansione edilizia fuori le mura, Bruno Barbini e Attilio Carosi scrissero della necessità di controllarla per favorire “l’osmosi fra il nucleo antico dell’abitato e quelli in via di realizzazione” e nel prg del 1956 l’obiettivo della salvaguardia delle antichità, pure col ritorno alla originaria toponomastica, si legava allo sviluppo della tradizione produttiva artigiana, in particolare a San Pellegrino.
Dopo la variante al prg del 1979, la sorte del centro storico fu addirittura oggetto di uno speciale piano quadro che, messo il dito sullo spopolamento rispetto agli insediamenti direzionali-amministrativi, si rifaceva al piano del traffico dell’ingegnere Quaglia, per il quale, in centro, il ”vero problema da risolvere era quello dei parcheggi di scambio: “luoghi di conoscenza, turistica, acquisizioni commerciali, relazioni pubbliche”.
Una sorta di Beaubourg (in sedicesimo rispetto a quello voluto allora da Gerges Pompidou a Parigi) per valorizzare l’antico delle singole location con la vitalità, la modernità che danno iniziative d’arte attiva, mostre e attività produttive, dallo scalpello alla cucina, fino al richiamo di un turismo residenziale d’oltralpe, come avviene in vicine città della Tuscia Toscana o dell’Umbria.
Insomma, un’”idea di città” che – perché dubitarne visto che la maggioranza dei viterbesi ha creduto ai loro propositi – i nuovi amministratori non possono non avere e che realizzeranno, dicono, presto.
Con la ”sistematicità” auspicata da Guidoni nel 1992, da non interpretare, però e more solito, con il ricorso alla “complessità”, usata spesso per nascondere il timore di decidere. Qui, e autorevolmente, si è stati ammoniti che “non si può dire: domani chiudo”.
Ma a qualche decina di chilometri e mega problemi di traffico, commercio, viabilità e proteste, Ignazio Marino ha detto e fatto. E funziona!
Allora se po ffa’. Subito.
Renzo Trappolini
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