Viterbo – Nel giorno della passeggiata nei luoghi di Pasolini a 50 anni dal Vangelo secondo Matteo, guidata da Silvio Cappelli, pubblichiamo un articolo di Antonello Ricci.
Pubblichiamo l’articolo anche e soprattutto per chiedere al sindaco del comune di Viterbo e al rettore dell’università delle Tuscia di dedicare una via, un luogo, uno spazio al grande intellettuale. Stranamente sia l’università che il comune ad oggi non l’hanno fatto. Cosa a dir poco grave.
Continua anche così la campagna per ricordare il poeta, il regista, lo scrittore, il giornalista Pier Paolo Pasolini nella sua terra di adozione. Le adesioni e solo le adesioni possono essere inserite nei commenti o inviate via email: redazione@tusciaweb.it. Puoi aderire anche cliccando “Mi piace” sulla pagina Facebook della campagna.
– Che le rovine architettoniche di Chia – la sua rupe vulcanica, le forre a strapiombo sopra borri invisibili – l’abitarvi stesso del poeta friulano (di là dai vari riferimenti espliciti nel corpo dell’opera letteraria) traccino compiuta metafora dell’estrema battaglia culturale di Pasolini, trova conferma nel bel filmato-intervista «La forma della città». Si tratta d’un documentario per la regia di Paolo Brunatto, trasmesso dalla Rai nel febbraio del 1974.
Pasolini, con riuscito espediente di cinema nel cinema, vi figura quale personaggio-protagonista: sistemato accanto alla cinepresa, in un andirivieni di descrizioni e inquadrature, narra a un silenzioso Ninetto la forma del borgo di Orte. Ed attraverso questa, quella della Città come idea: gesto chiuso e perfetto, tracciato una volta per sempre, in un paesaggio; pittura che stacchi, puntuale, il suo profilo s’uno sfondo di cieli e di natura; memoria profonda del popolo che l’innalzò e la visse (la vive: dunque, una realtà da rispettare e difendere, anonimo tessuto di senso, ma pari per importanza, nelle tradizioni d’una nazione, ai più celebrati monumenti d’autore; tanto quanto la sopravvivenza d’un semplice, umile canto popolare assieme alla Commedia dantesca).
Dal parlato della «Forma della città», stralciamo alcune citazioni. E a proposito, non si dimentichi: l’andamento del testo trascritto, piuttosto frastagliato e prolisso (zeppo com’è di deittici, anacoluti, ripetizioni, aggiustamenti ecc.) dipende dal carattere orale della sua composizione (tra l’altro: il poeta parlava a braccio davanti al mezzo di ripresa).
La riflessione pasoliniana prende spunto dagli intrusi volumi di alcune moderne palazzine popolari, che frastagliano la linea dell’orizzonte ortano, interrompendo la corsa elegante delle arcate d’un antico acquedotto: quella presenza, stilisticamente spuria, azzera ogni genuina possibilità d’inquadratura. Leggiamo:
«Io ho scelto una città, la città di Orte: ho scelto come tema la forma di una città, il profilo di una città. Ecco, Ninetto, quello che vorrei dire è questo: ho fatto un’inquadratura che prima faceva vedere soltanto la città di Orte nella sua perfezione stilistica, cioè come forma perfetta, assoluta, ed è più o meno un’inquadratura così. Basta che io muova questo affare qui nella macchina da presa, ed ecco che la forma della città, il profilo della città, la massa architettonica della città è incrinata, è rovinata e deturpata da qualcosa di estraneo.
C’è quella casa che si vede là a sinistra, la vedi? Ecco, così: è il problema di cui io parlo con te. Perché non sono capace di parlare in astratto, rivolto al vuoto, al pubblico televisivo che non so dov’è, dove si trova. Parlo con te che mi hai seguito in tutto il mio lavoro e mi hai visto molte volte alle prese con questo problema. Tante volte sono andato a girare fuori dall’Italia, in Marocco, in Persia, in Eritrea, e tante volte avevo il problema di girare una scena in cui si vedesse una città nella sua completezza, nella sua interezza, e quante volte mi hai visto soffrire, smaniare, bestemmiare, perché questo disegno, questa purezza assoluta della forma della città era rovinata da qualcosa di moderno, da qualche corpo estraneo che non c’entrava con questa forma della città, con questo profilo della città, così severo…
Siamo, adesso, di fronte ad Orte da un altro punto di vista. C’è la solita bruma azzurro-bruna della grande pittura nordica rinascimentale. Se la inquadro, vedo un totale ancora più perfetto di prima. Cioè, la forma della città è proprio nella sua perfezione massima. Ma se panoramico da sinistra a destra, quello che ti dicevo prima risulta in modo ancora più grave. Infatti la città, da questo punto di vista, all’estrema destra finisce con uno stupendo acquedotto su quel terreno bruno. E, immediatamente attaccate all’acquedotto, ci sono altre case moderne, dall’aspetto non dico orribile, ma estremamente mediocre, povero, senza fantasia, senza invenzione, insomma case popolari, che sono assolutamente necessarie, non dico di no, ma che lì sono un altro elemento disturbatore della perfezione della forma della città di Orte, come la casa che abbiamo visto prima.
Ora, cos’è che mi dà tanto fastidio, anzi direi quasi una specie di dolore, di offesa, di rabbia, nella presenza di quelle povere case popolari (che comunque devono esserci; il problema era, semmai, quello di costruirle da un’altra parte). Dunque, che cos’è che mi offende in loro? È il fatto che appartengono ad un altro mondo, hanno caratteri stilistici completamente diversi da quelli dell’antica città di Orte e la mescolanza delle due cose infastidisce, è un’incrinatura, un turbamento della forma, dello stile.»
Quel modesto scempio urbanistico locale, poi, avvolto in una stregante bruma da pittura nordica rinascimentale, sa farsi cifra, riverbero illuminante di devastanti processi globali: di un Terzo Mondo che, nella sua cieca rincorsa alla modernizzazione, andava devastando le proprie radici culturali più profonde. Con un processo di violenza e accelerazione inaudite. Accostando, provocatoriamente, civiltà le più diverse, e regimi politici di segno opposto (dalla Persia monarchica all’estremismo comunista dell’Aden del Sud), Pasolini descrive gli scempi del sistema di ventilazione a colonnine di Yadz, della gigantesca, stupenda porta di granito bianco di Al Muskalla, dei perimetri urbani e del sistema difensivo di Sana e Katmandou. Poi, torna in Italia.
«Ora, a proposito della città di Orte, vorrei aggiungere una cosa: avendo io scelto, come tema del mio argomento, la forma della città, vorrei precisare che la forma della città si manifesta, appare, si rivela, se confrontata con un fondale naturale. Perciò, per esempio, la forma della città di Orte appare in quanto tale perché è sulla cima di questo colle bruno, divorato dall’autunno, con questa curvatura davanti e contro il cielo grigio. Ora, quelle case che ti ho citato prima, quelle case popolari che cosa vengono a turbare? Vengono a turbare soprattutto il rapporto tra la forma della città e la natura. Ora: il problema della forma della città e il problema della salvezza della natura che circonda la città, sono un problema unico.
Ma sempre si pone il problema di rispettare il confine naturale tra la forma della città e la natura circostante. Ora: il caso della città di Orte è un caso ancora bellissimo. Ecco: il panorama è ancora praticamente perfetto, a parte questo difetto, sia pur doloroso, che ti ho detto. Ma, mentre per Orte si può parlare soltanto di lieve danneggiamento, di difetto, per quel che riguarda in generale la situazione dell’Italia, delle forme delle città della nazione italiana, la situazione è invece decisamente irrimediabile e catastrofica…
Questa strada per cui camminiamo ora, con questo selciato sconnesso e antico, non è niente, non è quasi niente, è un’umile cosa. Non si può nemmeno confrontare con certe opere d’arte, d’autore, stupende, della tradizione italiana; eppure, io penso che questa stradina da niente, così umile, sia da difendere con lo stesso accanimento, con la stessa buona volontà, con lo stesso rigore con cui si difende un’opera d’arte di un grande autore. Esattamente come si deve difendere il patrimonio della poesia popolare anonima come la poesia d’autore, come la poesia di Petrarca o di Dante eccetera. E così, il punto dove porta questa strada, quella antica porta della città di Orte: anche questo non è quasi nulla, vedi? Sono delle mura semplici, dei bastioni, dal colore così grigio, che in realtà nessuno si batterebbe con rigore, con rabbia per difendere questa cosa. E io ho scelto, invece, proprio di difendere questo.
Quando dico che ho scelto come oggetto di questa trasmissione la forma di una città, la struttura di una città, il profilo di una città, voglio proprio dire questo: voglio difendere qualcosa che non è sanzionato, che non è codificato, che nessuno difende; che è opera, diciamo così, del popolo di un’intera storia, dell’intera storia del popolo di una città. Di una infinità di uomini senza nome, che però hanno lavorato all’interno di un’epoca la quale, poi, ha prodotto i frutti più estremi, più assoluti, nelle opere d’arte d’autore. Ed è questo che non è sentito. Perché chiunque, con chiunque tu parli, è immediatamente d’accordo con te nel dover difendere un’opera d’arte d’un autore, un monumento, una chiesa, la facciata di una chiesa, un campanile, un ponte, un rudere il cui valore storico è ormai assodato. Ma nessuno si rende conto che, invece, quello che va difeso è proprio questo passato anonimo, questo passato senza nome, questo passato popolare…».
Infine: lo straordinario episodio conclusivo è dedicato alla forma di Sabaudia, «città immersa in una specie di grigia luce lagunare», benché circondata da «una stupenda macchia mediterranea». Pasolini ne sottolinea lo stile urbano in camicia nera, ma solo per introdurre un paradosso che gli sta a cuore: «vero fascismo» era la cultura di massa che, in quegli anni, andava già sconvolgendo l’Italia e ogni sua tradizione culturale; cancellando (come in un incubo) la forza millenaria del nostro paesaggio, la varietà e ricchezza dei suoi cento campanili. I segni più visibili e incarnati della sua stessa storia.
Antonello Ricci
Una via, un luogo, uno spazio dedicati a Pier Paolo Pasolini
Prendendo spunto dalla passeggiata del 27 aprile, Tusciaweb ha lanciato a livello nazionale la campagna “Una via, un luogo, uno spazio dedicati a Pier Paolo Pasolini”, le adesioni possono essere espresse cliccando “Mi piace” sulla pagina Facebook. Possono essere inviate in redazione anche adesioni motivate tramite email.
Passeggiata sulle orme di Pier Paolo Pasolini a 50 anni dal Vangelo secondo Matteo
Chia – Domenica 27 aprile prossimo giornata di trekking culturale in cammino sulla scena del Battesimo di Gesù, girata cinquantanni fa lungo il Fosso Castello di Chia, durante la lavorazione del film “Vangelo secondo Matteo” di Pierpaolo Pasolini uscito nelle sale cinematografiche nel 1964.
Appuntamento alle 8,30 all’ingresso di Bomarzo (Vt). La passeggiata si svilupperà all’interno del bosco circostante e sarà lunga circa 7 chilometri. Ad accompagnare il gruppo, con delle sorprese culturali, il cantastorie Antonello Ricci, Pietro Benedetti, Paolo Zuccarino e Silvio Cappelli.
Un’occasione ghiotta per visitare anche la famosa e misteriosa “piramide etrusca”, gli antichi camminamenti, le case rupestri, il notevole sito archeologico di Santa Cecilia, gli antichi mulini e “il posto più bello del mondo” dove il regista poeta Pasolini ha ricostruito il fiume Giordano per girare una scena del suo film.
Proprio nei pressi di Chia, infatti, mentre si girano alcune sequenze del Vangelo secondo Matteo, Pasolini s’innamora della torre medioevale che poi diventerà la sua abitazione. È la primavera del 1964.
Due anni dopo scrive che vorrebbe andare a vivere dentro quella torre che non riesce a comprare, “nel paesaggio più bello del mondo, dove l’Ariosto sarebbe impazzito di gioia nel vedersi ricreato con tanta innocenza di querce, colli, acque e botri.
La manifestazione è organizzata in collaborazione con i Cavalieri del soccorso – città di Viterbo. Info Silvio 338/2129568.
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