Roma -“Su Pasolini solo un’inerzia colpevole”.
Il tono accusatorio di Nino Marazzita, che è stato avvocato di parte civile nel processo per l’omicidio di Pier Paolo Pasolini, non si ferma al caso dello scrittore.
Senza mezzi termini, il legale parla di un “paese vittima di una verità relegata su tutta la sua storia” e di una “giustizia fallita, come fallito è chi se ne occupa”.
Ciò che è accaduto la notte dell’omicidio di Pasolini se ne è andato con il poeta. La riapertura dell’inchiesta non lo smuove. “E’ solo la riapertura di un fascicolo che, di fatto, resterà chiuso”.
Pur dicendosi disinteressato alle vicende giudiziarie, aderisce invece alla campagna lanciata da Tusciaweb su Facebook “Una via, un luogo, uno spazio dedicati a Pier Paolo Pasolini” e apprezza la passeggiata di domenica 27 aprile sui luoghi del “Vangelo secondo Matteo“. Tutti granelli che per Marazzita servono a ingrandire il desiderio di una verità ormai sepolta.
Che cosa ha portato alla riapertura dell’inchiesta sull’uccisione di Pier Paolo Pasolini?
“Non è che l’ennesima – esordisce Marazzita – e, come tutte le volte, non sono state mai fatte indagini serie e mirate. Soprattutto non sono mai stati analizzati i campioni ben conservati della maglietta o del materiale che è stato ritrovato nella macchina di Pasolini.
Reperti ancora disponibili e mai presi in considerazione. In vicende come questa o quella di Kennedy in America, per esempio, capita che ogni tanto spunti fuori qualcuno che scopre l’acqua calda, sostenendo tesi mai state dette”.
Si spieghi.
“Gli elementi per fare una seria attività d’indagine, c’erano dal momento dell’omicidio e ci sono ancora oggi. Le riaperture del processo sono state cinque e, in tutti i casi, si è solo riaperto un fascicolo senza fare nulla”.
Come ha reagito quando la famiglia di Pasolini le conferì l’incarico?
“Ero giovane e consapevole della responsabilità che mi veniva data dai parenti e da tutti quelli che erano al fianco di Pasolini”.
Quanti erano gli assassini?
“Pelosi è stato condannato in via definitiva. La sentenza di primo grado però ha aggiunto che lui non fosse solo e si parla di ignoti su cui, però, non è mai stato fatto alcun accertamento. Non si approfondì sulla presenza di altre persone, quando c’era l’obbligo giuridico di farlo”.
Quali sono stati gli errori più grandi in questa vicenda?
“Tutti. Dall’inizio. Il tribunale per i minorenni, che aveva indagato nei primi venti giorni, ha fatto inquinare le prove”.
In che senso?
“Pier Paolo era stato ucciso davanti a un campetto di calcio e il pm di allora aveva permesso di giocare una partita. In quel luogo, invece, c’erano le impronte delle macchine e quelle plantari”.
Lei cosa ha fatto?
“Ho protestato, chiedendo alla procura generale di avocare l’inchiesta e questo fu subito fatto. Ma ormai anche i danni erano stati fatti. La procura stessa invece di continuare l’indagine, riprendendola dal filo della sentenza di primo grado e sviluppandola, la impugnò il giorno dopo, senza nemmeno averla letta, e disse che non c’erano ignoti. Mancò la volontà di approfondire”.
Perché secondo lei?
“Non si volevano rintracciare gli esecutori materiali, perché si temeva che potessero essere persone coinvolte con le istituzioni. Pasolini era odiato dai democristiani, dai fascisti e dai comunisti. Il potere giudiziario di Roma, invece, ha sempre protetto la politica. E anche in quella occasione lo ha fatto. Anzi, soprattutto in quella occasione”.
Quali sono gli elementi più evidenti che sconfessano la tesi per cui Pelosi fosse solo la sera dell’omicidio?
“Pelosi, appena arrestato, era vestito come era uscito di casa. Sembrava un figurino. Lui aveva detto di essersi scontrato fisicamente con Pasolini, ma non aveva nemmeno una macchia addosso, mentre Pier Paolo era un cumulo di ossa, sangue e stracci. Era ridotto così male che una donna che abitava all’idroscalo, appena vide il corpo, lo stava raccogliendo per gettarlo nell’immondizia non avendo capito che si trattasse di un cadavere”.
Pelosi, invece?
“Era intonso. Aveva solo una piccola ferita sul sopracciglio per una frenata brusca della macchina. Non aveva una piega sui vestiti e nemmeno una macchia. Quando l’ho visto passare, dopo che era stato fermato, ho capito subito che la versione della colluttazione all’ultimo sangue era impossibile”.
Perché tanta paura di fare giustizia in questa nazione?
“Prima c’erano paura e resistenza. Adesso, invece, ci sono un’inerzia colpevole e un’indifferenza totale a far luce sulla verità. Ma non solo per il caso di Pasolini. In questo momento, le persone si scandalizzano perché il premier Renzi ha eliminato il segreto su molti atti relativi alle stragi italiane, da piazza Fontana a oggi. Questo paese è vittima di una verità relegata su tutta la sua storia. Per il filosofo Severino, quando a una nazione si nega la verità sulla sua storia, è come se le si negasse la libertà”.
Ora, con la riapertura dell’inchiesta, a che punto del processo ci troviamo?
“E’ stata riaperta un’indagine in cui si sono inseriti criminologi, pseudo avvocati e pseudo criminologi che non fanno nulla se non sponsorizzarsi sui giornali. In sostanza, si tratta di un fascicolo chiuso”.
Qual è la verità per lei?
“E’ difficile conoscerla dato che tutti i mandanti sono stati coperti. La verità ruota tra due tesi, quella dell’agguato politico e quello delinquenziale, perché Pasolini combatteva la diffusione della droga. C’è poi l’ipotesi dell’aggressione da parte di chi aveva rubato le pizze del film “Salò“. Non sapremo mai, come è andata, però”.
Che idea ha della giustizia italiana?
“E’ una giustizia fallita, prodotta da legislatori che sono falliti come tali e come uomini. Basti pensare a chi è stato finora al governo, ossia professionisti della politica, come li definiva Sciascia, che parlano di mafia e antimafia, criminalità o inasprimento delle pene, ma di fatto non fanno nulla. Il nostro codice penale è il peggiore in Europa”.
Quali le soluzioni da adottare?
“Auspico un legislatore in grado di razionalizzare il sistema penale e fare un rito accusatorio che possa definirsi tale. Dobbiamo adeguarci ai livelli di civiltà delle altre nazioni che, oltretutto, non hanno la tradizione giuridica italiana”.
Domenica 27 aprile, a Chia nella Tuscia, è in programma una passeggiata nei luoghi del “Vangelo secondo Matteo”. In contemporanea, è stata lanciata su Facebook la campagna “Una via, un luogo, uno spazio dedicati a Pier Paolo Pasolini” a cui si può aderire cliccando mi piace sulla pagina del social network.
“Sottoscrivo l’iniziativa. Sono favorevole a tutto quello che può aggiungere un granello in più al desiderio di verità”.
Perché ogni tanto si punta a fare luce sul caso Pasolini?
“Per smanie di protagonismo di chi non ha nulla a che fare con Pasolini e la sua famiglia. E’ tipico di certi personaggi che vogliono farsi pubblicità a scapito di processi complessi e controversi o casi ormai chiusi”.
Come era percepita la figura di Pasolini in quegli anni?
“Lui era l’anticonformismo. Una persona che diceva quello che pensava, come lo pensava. In quel periodo, l’allora direttore del Corriere della sera Ottone fu l’unico a dargli credito, concedendogli una rubrica nel giornale. Nei suoi fondi, Pasolini scriveva che la democrazia cristiana era un’associazione per delinquere da processare nei tribunali. Scriveva cose terribili sul partito comunista e sui fascisti. Difendeva i poliziotti che venivano picchiati dai giovani borghesi all’università. Insomma, Pasolini era una voce che usciva sempre fuori dal coro. Sarebbe stato interessante sentirlo oggi”.
Perché?
“Proprio perché andava controcorrente. Oggi è un momento storico di grande confusione, di imbecilli che parlano, di una comunicazione televisiva che non esiste e di un giornalismo d’inchiesta che non c’è”.
A Roma è in programma fino al 20 luglio una mostra-romanzo su Pasolini. Qual è stato il contributo del poeta al paese?
“Un anelito di verità e giustizia. Un desiderio di come la la politica doveva essere e, allo stesso tempo, una terribile previsione di come sarebbe stata. Della politica di oggi, fatta di persone fallite come politici e uomini”.
Ha più avuto contatti con la famiglia di Pasolini?
“Sì, li ho sempre mantenuti, specie con Vincenzo Cerami, che era il marito di Graziella Carcossi, cugina e ultima erede di Pier Paolo Pasolini. Ero molto legato a lui, ma purtroppo non c’è più”.
La famiglia di Pasolini come ha vissuto tutta la vicenda?
“La famiglia – conclude l’avvocato Marazzita – la pensa come me. Ormai si disinteressa. Pier Paolo tanto non ritorna”.
Paola Pierdomenico
Una via, un luogo, uno spazio dedicati a Pier Paolo Pasolini
Prendendo spunto dalla passeggiata del 27 aprile, Tusciaweb ha lanciato a livello nazionale la campagna “Una via, un luogo, uno spazio dedicati a Pier Paolo Pasolini”, le adesioni possono essere espresse cliccando “Mi piace” sulla pagina Facebook. Possono essere inviate in redazione anche adesioni motivate tramite email.
Passeggiata sulle orme di Pier Paolo Pasolini a 50 anni dal Vangelo secondo Matteo
Chia – Domenica 27 aprile prossimo giornata di trekking culturale in cammino sulla scena del Battesimo di Gesù, girata cinquantanni fa lungo il Fosso Castello di Chia, durante la lavorazione del film “Vangelo secondo Matteo” di Pierpaolo Pasolini uscito nelle sale cinematografiche nel 1964.
Appuntamento alle 8,30 all’ingresso di Bomarzo (Vt). La passeggiata si svilupperà all’interno del bosco circostante e sarà lunga circa 7 chilometri. Ad accompagnare il gruppo, con delle sorprese culturali, il cantastorie Antonello Ricci, Pietro Benedetti, Paolo Zuccarino e Silvio Cappelli.
Un’occasione ghiotta per visitare anche la famosa e misteriosa “piramide etrusca”, gli antichi camminamenti, le case rupestri, il notevole sito archeologico di Santa Cecilia, gli antichi mulini e “il posto più bello del mondo” dove il regista poeta Pasolini ha ricostruito il fiume Giordano per girare una scena del suo film.
Proprio nei pressi di Chia, infatti, mentre si girano alcune sequenze del Vangelo secondo Matteo, Pasolini s’innamora della torre medioevale che poi diventerà la sua abitazione. È la primavera del 1964.
Due anni dopo scrive che vorrebbe andare a vivere dentro quella torre che non riesce a comprare, “nel paesaggio più bello del mondo, dove l’Ariosto sarebbe impazzito di gioia nel vedersi ricreato con tanta innocenza di querce, colli, acque e botri.
La manifestazione è organizzata in collaborazione con i Cavalieri del soccorso – città di Viterbo. Info Silvio 338/2129568.
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