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Lago di Vico - Il bunker, nato per la produzione di armi chimiche, nel racconto di un soldato di leva

Chemical city, guai a inalare quei fumi…

di Daniele Camilli
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Chemical city - Le bombole ritrovate durante la seconda bonifica

Chemical city – Le bombole ritrovate durante la seconda bonifica

Le armi ritrovate a Chemical city tra il 1996 e il 2000

Le armi ritrovate a Chemical city tra il 1996 e il 2000

Le armi ritrovate a Chemical city tra il 1996 e il 2000

Le armi ritrovate a Chemical city tra il 1996 e il 2000

Le armi ritrovate a Chemical city tra il 1996 e il 2000

Le armi ritrovate a Chemical city tra il 1996 e il 2000

Le armi ritrovate a Chemical city tra il 1996 e il 2000

Le armi ritrovate a Chemical city tra il 1996 e il 2000

Le armi ritrovate a Chemical city tra il 1996 e il 2000

Le armi ritrovate a Chemical city tra il 1996 e il 2000

Chemical city - Le bombole ritrovate durante la seconda bonifica

Chemical city – Le bombole ritrovate durante la seconda bonifica

Lago di Vico – “Passavamo accanto a magazzini aperti, senza porte. Dentro c’erano fusti in orizzontale sopra ad assi di ferro. E’ da quei fusti che usciva un materiale visibile anche di notte, che da terra evaporava. Dovevamo stare attenti a non inalarlo…”. Andrea, nome di fantasia per garantirgli l’anonimato, ha fatto il militare di leva, tra il ’92 e il ’93, nella Chemical City del lago di Vico. La zona militare voluta dal fascismo nella seconda metà degli anni ’30 per produrre iprite, fosgene e altre armi chimiche per sterminare il nemico.

Finita la guerra, della Chemical City non si seppe più niente fino al gennaio del 1996 quando una “nuvoletta” sfuggì al controllo nel corso dell’operazione “Coscienza pulita” investendo in pieno un ciclista che stava passando proprio da quelle parti mandandolo dritto dritto in ospedale.

Durante la prima bonifica della zona militare del lago di Vico – a breve ne seguirà un’altra – vennero trovate “almeno 150 tonnellate di iprite del tipo più micidiale, mescolata con arsenico.

“In più – evidenzia Di Feo nel libro Veleni di Stato – c’erano oltre mille tonnellate di admsite, un gas potentissimo ma non letale usato contro le dimostrazioni di piazza. E oltre 40 mila proiettili di tutti i calibri”.

Dal terreno sono poi sbucate “60 cisterne di fosgene assassino, ciascuna lunga quattro metri; tutte in pessime condizioni, con evidenti lesioni e tracce di ruggine”.

Molto si è scritto sulla Chemical City e molto è stato fatto grazie alla collaborazione tra associazioni, Legambiente, istituzioni e militari per disinnescare definitivamente una bomba chimica situata a poche decine di metri dal lago di Vico e al confine con una delle più importanti riserve naturali della regione Lazio. Poco si sa della vita quotidiana all’interno della zona militare prima dell’incidente del ’96. Ora sembra aprirsi uno spiraglio.

Quali erano i vostri incarichi all’interno della zona militare del Lago di Vico?
“Facevamo dei pattugliamenti, giorno e notte. Svolgevamo un servizio di guardia armata con la possibilità di sparare a vista e dovevamo stare molto attenti ai giornalisti. Il pattugliamento consisteva in un percorso, che effettuavamo prevalentemente di notte. Passavamo accanto a dei magazzini privi di porte. Erano completamente aperti. E al loro interno c’erano dei fusti messi in orizzontale sopra delle assi di ferro che li tenevano alzati da terra. E dai fusti usciva del materiale visibile anche di notte. Il materiale che usciva formava poi dei ruscelletti che si infiltravano nel terreno. Inoltre, dai ruscelletti veniva su anche del fumo. Come se quel materiale stesse evaporando. E dovevamo stare molto attenti a non inalare questi fumi”.

Erano previste delle protezioni per i soldati di pattuglia?
“Sì. Avevamo delle maschere antigas. Però non le indossavamo mai. Quando passavamo davanti ai magazzini che contenevano i fusti… trattenevamo il fiato”.

Quale era la distanza tra voi e i magazzini?
“Circa una ventina di metri”.

Perché non indossavate le maschere antigas?
“Perché eravamo giovani e ingenui. Ovviamente il maresciallo ci diceva di indossarle, soprattutto se vedevamo fuoriuscire del fumo”.

Sapeva che i fusti contenevano sostanze chimiche?
“No. Ne eravamo completamente all’oscuro. Tant’è vero che il nome Chemical City l’abbiamo scoperto dopo. Noi la chiamavamo la “Polveriera”. L’unica cosa che ci avevano detto era che dovevamo fare i pattugliamenti”.

Quanti fusti ci saranno stati?
“Non ricordo bene, probabilmente oltre cento a magazzino”.

Come si strutturava la zona militare del Lago di Vico?
“C’era una casa a due piani, dove si trovava il reparto e da dove partivamo per i pattugliamenti. Al pian terreno si mangiava e al primo piano si trovavano i dormitori. Lì sotto c’era una garitta che puntava direttamente verso il cancello. Quando eravamo di pattuglia si passava in mezzo al bosco dove si trovava un sentiero che si avvicinava sempre di più ai magazzini. Saranno stati in tutti 5 capannoni, gli ultimi due pieni di maschere antigas e casse chiuse. Dopodiché c’era una villetta. Lì era vietato arrivare. L’ordine era di passare ad almeno 200 metri di distanza perché – ci dicevano – potevamo entrare a contatto con delle radiazioni. Subito dopo si scendeva a valle e il percorso ‘costeggiava’ il lago fino a ritornare al punto di partenza”.

Quanti eravate all’interno della zona militare?
“Se non sbaglio, eravamo in tutto dalle 12 alle 14 persone. C’erano anche delle guardie giurate”.

Da quante persone era composta la pattuglia?
“Due persone che si alternavano con altre due ogni tre ore”.

Ci sono mai state delle persone che sono svenute?
“Uno di noi si è sentito male. Anche io ho avuto dei giramenti di testa. Ma nessuno di noi ha ricollegato il malore alla fuoriuscita di materiale dai fusti”.

Lei si è mai avvicinato ai fusti?
“Sì, una volta l’ho fatto. Trattenendo il respiro. Il fusto era lacerato e usciva del materiale”.

Daniele Camilli

 


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18 dicembre, 2014

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