Viterbo – Un travaglio fino all’ultimo.
Francesca Mastrolonardo è tornata a casa ieri, sì, ma che fatica.
I genitori della 23enne disabile non interdetta, trasferita di punto in bianco a marzo in una casa famiglia a Narni, hanno dovuto chiamare i carabinieri per ottenere l’esecuzione del provvedimento del giudice tutelare Filippo Nisi e riportare la figlia a casa.
Francesca non vedeva l’ora. Ma quel giorno sembrava non arrivare mai. “Temporeggiavano inspiegabilmente – racconta Laura Tramma, la madre della ragazza -. Il provvedimento è stato emesso il 4 dicembre, ma se la prendevano comoda. Non so se volevano fare il ponte o che altro. Comunque, per eseguirlo abbiamo chiamato il comandante dei carabinieri di Narni che ha contattato il giudice per assicurarsi che Francesca potesse uscire nel più breve tempo possibile. Solo a quel punto l’amministratore di sostegno si è convinta e ci ha dato appuntamento per ieri alle 15 in casa famiglia. Ma le 15 sono diventate le 16,30. Senza motivo. Senza una spiegazione. Senza avvertirci e senza rispetto”.
Prima delle 17,30 non sono riusciti a lasciare Narni. “Abbiamo dovuto firmare un sacco di carte su un progetto riabilitativo per Francesca – continua la madre -. A questo progetto, da quanto c’è scritto, avremmo partecipato anche io e il padre, quando invece non siamo mai stati coinvolti in nessun modo. E soprattutto, si entra ancora una volta prepotentemente nella vita di Francesca, perché in base a questo progetto che abbiamo dovuto accettare, mia figlia non è potuta venire a dormire da me ieri sera, ma doveva stare col padre.Nulla in contrario.
Il problema è che io non sarei potuta entrare neppure in macchina con lei e il padre.
Francesca, secondo questo progetto, deve vederci separatamente. O sta col padre o sta con me. Ma come? E tutti quei discorsi sulla conflittualità tra noi genitori, che non faceva il bene di Francesca? Ci siamo impegnati così tanto per andare d’accordo, vedendoci, parlando, cercando di venirci incontro. Adesso che abbiamo appianato i contrasti dobbiamo tornare divisi come prima? Uno da una parte e uno dall’altra?”.
Laura Tramma è fuori di sé. “Se non firmavamo quel progetto riabilitativo Francesca ieri non sarebbe uscita. Ha dovuto firmarlo anche lei. Solo adesso conta qualcosa la sua volontà, mentre per tutti questi mesi, quando diceva di voler tornare a casa a Tuscania, sembrava non valesse niente. Adesso le fanno firmare i progetti, dicono che è intelligente… Adesso. E prima? Mi chiedo se conta qualcosa la vita delle persone e dov’è finito il senso del valore umano… insieme al padre valuteremo azioni legali, perché tutto questo è veramente troppo”.
Per otto mesi e mezzo Francesca è rimasta in una casa famiglia a settanta chilometri dai genitori. Le è sembrata un’eternità. “Sono passati nove anni?”, ha detto alla madre e al padre abbracciandoli all’uscita della casa famiglia, prima di sfogare la sua rabbia: “Devono morire tutti. Hanno sbagliato perché io non dovevo stare qui. Qui sono tutti ‘bravoni'”. Una parola che la madre conosce bene: “La usa solo quando parla di qualcuno che la fa sentire oppressa. Schiacciata”.
Del suo cellulare, quello che le hanno tolto a marzo quando l’hanno portata via, non c’è più traccia: non si trova. “Ha perso tutti i contatti di parenti e amici”, continua la mamma. Ma soprattutto, Francesca ha perso tempo in una struttura di accoglienza che è diventata la sua gabbia. “Le abbiamo sempre fatto fare due mesi di mare, o io o il padre. Non l’hanno mai portata da nessuna parte e appena mi ha visto mi ha detto: ‘Voglio l’estate'”. Chi glielo dice, adesso, a Francesca che la sua estate è persa e torna solo l’anno prossimo?
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