Viterbo – Una disgrazia che nessuno voleva.
Si difende così Sabato Louis Francesco Battaglia, 22enne accusato di omicidio.
Il suo avvocato ha discusso ieri in Cassazione i motivi del ricorso sull’ordinanza del tribunale di Viterbo che tiene Battaglia in carcere: non voleva uccidere. Non c’era alcuna intenzionalità. Da qui, la richiesta del legale di sostituire la detenzione in cella con gli arresti domiciliari.
Una tesi che la difesa ha voluto sostenere fin davanti alla Suprema Corte, per cercare di attenuare la misura cautelare al 22enne viterbese. I giudici hanno sessanta giorni di tempo per valutare la richiesta. Potranno respingerla (e allora Battaglia resterà in carcere) o accoglierla (e allora gli atti torneranno al tribunale del Riesame che fisserà una nuova udienza).
Intanto sono arrivati giorni fa i risultati dell’autopsia sul corpo della vittima, Federico Venzi. Secondo il medico legale Maria Rosaria Aromatario, dell’istituto di medicina legale della Sapienza di Roma, il 43enne sarebbe morto soffocato dal suo stesso sangue, dopo una scarica di pugni su viso e trachea e la rottura di alcune ossa facciali.
Venzi e Battaglia si incontrano verso le 4 del 27 settembre, nei pressi della rotatoria di via Aldo Moro, a Viterbo.
Battaglia è con la fidanzata Lorella Colman, studentessa universitaria di Vetralla, indagata per favoreggiamento insieme a un paio di amici del giovane. Venzi viene da un locale nelle vicinanze, dove ha passato la serata con un conoscente di nazionalità marocchina: sono entrambi ubriachi quando si incamminano a piedi verso la rotatoria del Riello.
All’uscita di via della Palazzina, lato Ipercoop, incontrano Battaglia e la fidanzata che parlano. Non si conoscono. Venzi vede la ragazza semi sdraiata a terra. Forse pensa a un’aggressione. Offre il suo aiuto. Chiede se c’è bisogno di chiamare i carabinieri. Da Battaglia ottiene una risposta tipo: “Se non te ne vai li chiamo io”.
Sembra finire tutto lì, con i due ragazzi che si allontanano a piedi. Ma Venzi e l’amico li seguono e Battaglia non gradisce. Cinquanta metri al massimo, tempo di raggiungere a piedi l’uscita vicina della rotatoria che imbocca su via Aldo Moro: qui, i pugni che atterrano Venzi e i fidanzati che scappano via. Il 43enne muore dopo circa tre ore all’ospedale Belcolle.
L’amico marocchino non sarà in grado neppure di chiamare il 118: saranno dei passanti a soccorrere Venzi, mentre i carabinieri del nucleo investigativo, seguendo le tracce di sangue sull’asfalto, arriveranno all’omicida in poche ore. Interrogato dal pm Siddi, Battaglia dirà di essersi sentito vittima di un’aggressione. Ma a sconfessarlo è proprio la fidanzata che, ascoltata più volte, non conferma in nessun interrogatorio che Venzi avesse intenzioni minacciose.
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