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Referendum - Il dibattito su Tusciaweb - Le ragioni del sì secondo il giornalista Francesco Corsi

Ma quanto ci costa questa vecchia costituzione?

di Francesco Corsi
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Francesco Corsi

Francesco Corsi

Viterbo – Caro direttore,

approfitto della tua disponibilità per mettere in fila un ragionamento sul perché voterò sì il prossimo 4 dicembre visto che mi iscrivo tra coloro che appoggiano la riforma Boschi. Ho letto con interesse, come sempre quando scrive, l’intervento del presidente dell’Anpi Viterbo Enrico Mezzetti e questa mia riflessione nasce anche dalle sue parole, notando però che nemmeno una riga (nemmeno una) la dedica al merito.

Perché cambiare la Carta? Prima della modifica del titolo V, voluta nel 2001 da un centrosinistra che in quegli anni quasi faceva a gara con la Lega su chi fosse il più federalista del reame, il costo della spesa sanitaria in Italia era di circa 80 miliardi di euro. Dopo 15 anni in cui il potere è passato alle Regioni (parecchie delle quali commissariate, compreso il Lazio) la spesa è lievitata ad oltre 110 miliardi, con conseguenze paradossali: alcuni cittadini hanno prestazioni e servizi d’avanguardia, altri no. Vigendo questa situazione, un cittadino della Calabria non ha le stesse cure e gli stessi diritti sanitari di chi abita in Emilia: la riforma vuole porre un freno a queste disuguaglianze. Questo è un primo motivo per cui votare si.

Stesso discorso si può fare per i trasporti o, ancora, per il turismo: è ragionevole presentarsi al mondo con venti modi differenti di fare turismo, magari con venti sedi a Bruxelles ma senza una visione strategica di insieme? Ancora, cito un caso successo in Umbria qualche anno fa, quando una società di telecomunicazioni doveva installare un impianto: tutto si bloccò, peraltro anche dopo aver superato l’opposizione dell’associazione tartufai di Gubbio (sic!), davanti ad un conflitto di attribuzione tra Stato e Regione per un permesso. Risultato: tanto tempo perso e nessun investimento che poteva portare occupazione e posti di lavoro. Anche molti esponenti del no converranno: chi investe ha bisogno di certezze, di velocità, di risposte sicure. Ecco un altro motivo per dire sì.

La potestà concorrente tra Stato e Regioni, infatti, contribuisce a creare questa confusione ed è opinione comune che quella del titolo V fu una riforma pessima: votando sì non sarà più così. Le famiglie, è vero, non discuteranno a tavola di costituzione ma di sicuro parlano di sanità, di trasporti, di lavoro: tutte questioni che hanno attinenza con la riforma.

Sull’abolizione di un ente inutile come il Cnel siamo tutti d’accordo (almeno credo) e non mi sembra che ci siano grosse discussioni su altre questioni come ad esempio le novità introdotte sul referendum o sulle leggi di iniziativa popolare (che dovranno essere obbligatoriamente discusse. Per inciso: dal 1948 ad oggi ne sono state approvate tre, una ogni quarto di secolo).

Dispute evidenti, invece, ci sono tra i sostenitori del sì e quelli del no in merito al bicameralismo perfetto. Adesso, come forse non tutti sanno, Camera e Senato si occupano delle stesse cose e una legge per essere approvata deve avere il via libera da entrambi i rami del Parlamento: non sono esperto di diritto costituzionale comparato, ma credo che sia un caso raro al mondo.

Già alcuni padri costituenti, tra cui Dossetti, criticavano questa impostazione, frutto di un garantismo eccessivo che risentiva dell’esperienza fascista (e della paura comunista), impostazione in seguito criticata da tanti costituzionalisti (cito solo Mortati), tra cui anche quelli che oggi si scagliano contro. Si afferma, inoltre, che consiglieri regionali e sindaci che faranno parte del nuovo Senato non avranno tempo per svolgere bene il loro ruolo, ma l’argomentazione cade se solo si pensa che, vedendo le leggi di questa legislatura, nemmeno il 5% di esse, a riforma approvata, avrebbe bisogno della doppia lettura.

Non è l’abolizione totale del bicameralismo perfetto? Credo di sì, visto che di oltre il 95% delle leggi se ne occuperà solo una Camera. Alcuni poi si lamentano del fatto che in 95, tra consiglieri regionali e sindaci, avranno l’immunità parlamentare, dimenticando di dire, però, che in 315 (i vecchi senatori che scompariranno) non l’avranno più.

I sostenitori del no affermano che con questa Costituzione le leggi si approvano lo stesso: a parte il fatto che quelle incagliate in uno dei due rami del Parlamento vincono per goleada, non sarebbe auspicabile, per quelle che si approvano, un procedimento più celere e meno insidioso?

Il progetto di riforma aveva il sostegno di gran parte del Parlamento e nelle sue prime letture fu votato da un’ampia maggioranza. Sappiamo poi perché Berlusconi ritirò il suo appoggio in seguito all’elezione di Mattarella: bisognerebbe chiedere a lui (e a qualche esponente del centrosinistra) perché votano no a delle proposte che hanno sempre sostenuto.

Il “Porcellum”, è vero, è una legge pessima, dichiarata incostituzionale dalla Corte Costituzionale con la sentenza numero 1 del 2014 in cui si legge pure che “del pari, non sono riguardati gli atti che le Camere adotteranno prima che si svolgano nuove consultazioni elettorali”, atti che sono perfettamente legittimi.

Il Parlamento eletto è quindi nel pieno delle sue funzioni, non è che delle sentenze prendiamo solo quello che ci piace. E, comunque, un voto popolare che confermerebbe il sì credo sia sufficiente garanzia di democrazia. A proposito di legge elettorale (che è una legge ordinaria e quindi, per essere cambiata, non ha bisogno della procedura prevista dall’articolo 138): mi sembra che il Governo sia disponibile a discuterla.

Altro mito da sfatare è quello della presunta deriva autoritaria, che presuppone un rafforzamento dei poteri del Governo: mi chiedo dove stia scritto tutto ciò, visto che gli articoli della Costituzione dedicati a questo tema (92 e seguenti) non sono modificati. Il problema, si dice, è il combinato disposto con l’Italicum: si intervenga su quest’ultimo, ma non si confonda deriva autoritaria con stabilità.

Non vorrei, entrare, infine, sul dibattito surreale sulla Casta o sui “poteri forti” che appoggiano il sì o il no: se da una parte c’è Goldman Sachs dall’altra c’è Monti, l’identificazione plastica del potere bancario sulla politica.

Vorrei che chi vota no, testo alla mano e non con considerazioni metagiuridiche, elencasse i motivi alla base della sua scelta. Si poteva fare meglio la riforma? Sì. L’articolo 70 è scritto male? Sì. Tutte obiezioni che, mi pare, non reggono a una comparazione seria (testo alla mano, come detto). Quando ero un giovane studente di giurisprudenza il professor Temistocle Martines ripeteva che la Costituzione è come una bella donna di 50 anni (eravamo nel 1996) che ha bisogno di qualche ritocco, ovviamente solo nella seconda parte e soprattutto in merito al bicameralismo. Credo che quelle parole valgano oggi ancora di più, anche perché la bella donna di anni ormai ne ha 70.

Francesco Corsi


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24 novembre, 2016

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