Viterbo – Caro direttore,
colgo anch’io l’occasione del tuo invito per provare ad offrire un contributo al dibattito in vista del referendum del prossimo 4 dicembre.
Rispetto sinceramente tutte le posizioni, ma considero le riforme istituzionali una scelta essenziale e ineludibile per il nostro Paese. Perché l’Italia ha bisogno di chiudere una transizione lunghissima iniziata i primi anni ’90 e non ancora conclusa. Perché i nuovi problemi che ci hanno investito in questi ultimi 2-3 decenni, e che abbiamo di fronte oggi, sono diversi e non paragonabili a quelli che la storia ci pose davanti all’indomani della seconda guerra mondiale. Perché senza istituzioni efficienti non è solo la politica a perdere credibilità ma è il paese intero ad entrare in sofferenza.
In 70 anni di repubblica democratica, l’Italia ha avuto 63 governi. Nello stesso periodo di tempo la Germania ne ha avuti 24 e l’ Inghilterra 20. Mediamente, nel nostro paese, la durata dei governi è stata di 14 mesi con la conseguenza evidente che, da un certo momento in poi, le nostre classi dirigenti sono state più interessate alle elezioni successive piuttosto che alle generazioni successive.
Nonostante questa anomalia, dopo la seconda guerra mondiale e per alcuni decenni, il nostro paese ha conosciuto uno sviluppo straordinario. Fino ad arrivare agli anni ’70, quando il meccanismo della crescita senza sosta entra in crisi perché nel mondo prende corpo una nuova fase della globalizzazione dell’economia che porta con sé l’avvio di un’imponente rivoluzione scientifica e tecnologica destinata a cambiare modelli e stili di vita, il cosa produrre, il come produrre e il dove produrre. Cambiamenti che sono in corso tutt’oggi ad una velocità impressionante, ma che da allora interrogano le classi dirigenti italiane sulla necessità di adeguare le nostre istituzioni. In particolare, l’Italia doveva adeguare le sue istituzioni rivedendo innanzitutto il bicameralismo paritario, il rafforzamento dei poteri del governo e i rapporti fra Stato e autonomie locali. Cioè tutto ciò che aiutava la stabilità delle maggioranze parlamentari e dei governi. Questo si diceva allora.
Su questa base nel 1983, in Parlamento, si insedia la Commissione Bozzi con il compito di riformare la Costituzione. Ripeto: 1983. Cui hanno fatto seguito i tentativi del 1992/93 (De Mita – Iotti), nel 1997/98 (D’Alema), 2000/01 (Riforma del Titolo V), 2005 (Berlusconi – Bossi). Quindi, sono più di 30 anni che nel nostro Paese si discute di riforme istituzionali per rendere più moderno ed efficiente il funzionamento dello Stato. E sono più di 30 anni che il da farsi (almeno nei programmi elettorali) è largamente condiviso.
Posso capire la forza propagandistica che si mette contro il Governo di oggi e il suo presidente del Consiglio per argomentare il no alla riforma costituzionale. Ma l’esigenza di rivedere e aggiornare la seconda parte della costituzione non l’ha inventata Renzi. Questo Parlamento, senza allestire nuove commissioni, ha riavviato un confronto sulle riforme e nei primi passaggi parlamentari questa proposta, che adesso viene sottoposta ai cittadini, ha ottenuto ben oltre il consenso dei due terzi di Camera e Senato. Salvo poi, per ragioni che esulano il contenuto, il cambio di posizione di Forza Italia.
Mi soffermerò soltanto su un punto che mi pare quello più rilevante ed è il seguente: perché è necessario superare il bicameralismo paritario? Perché due Camere, peraltro elette in modo differente, che fanno la stessa cosa, indeboliscono la capacità di decisione delle istituzioni. Non del Governo e basta, ma delle istituzioni. Vorrà pur dire qualcosa il fatto che, tra i Paesi dell’Unione europea, siamo l’unica nazione con il bicameralismo perfetto. Ancora nel 1996 Giuseppe Dossetti rifletteva sul lavoro dei costituenti e diceva: “Certe scelte costituzionali, soprattutto della seconda parte della Costituzione, che anche oggi […] hanno gravato sulla paralisi del nostro Stato, sono dovute al pensiero che si dovesse assolutamente evitare quello che poteva facilitare l’accesso al potere di un partito che aveva intenzioni totalitarie e dittatoriali”. Di qui “una voluta intenzionalità nel delineare certe strutture non perché funzionassero ma perché fossero deboli […]: il Governo, innanzitutto […]; quindi la doppia Camera, con pari autorità ed efficacia, quindi un congegno legislativo che […] non poteva esprimere un’efficienza qualsiasi”.
Le leggi di iniziativa parlamentare mediamente impiegano 700 giorni per completare l’iter. Nel momento in cui l’incalzare dei cambiamenti intorno a noi ha richiesto decisioni in tempi più brevi e certi, ciò che è accaduto è stata la crescita a dismisura della decretazione d’urgenza dei governi e il ricorso ai voti di fiducia. Oggi il 40% dell’attività parlamentare è impegnata a convertire in legge i decreti del governo. Un altro 40% è occupato a recepire le norme e le direttive europee. Il 20% dell’attività è dedicata alle leggi di iniziativa parlamentare. Soprattutto negli ultimi due decenni il potere legislativo si è, nei fatti, spostato dal Parlamento verso il Governo e verso l’Europa e la democrazia parlamentare è stata sostanzialmente umiliata.
Ai sostenitori del no dico: scusate, ma di che cosa stiamo parlando? Questa riforma può avere tanti difetti, ma è l’unico reale tentativo di ricostruire una centralità del Parlamento, e cioè del voto popolare. E di ristabilire il principio, oggi compromesso, della separazione dei poteri della Stato. Per rappresentare il popolo italiano sono più che sufficienti 630 deputati. E questo non rappresenta nessuno stravolgimento della Costituzione. Più semplicemente darà la possibilità, a chi vince le elezioni, di governare per cinque anni e realizzare il programma su cui ha avuto la fiducia dei cittadini. Con l’aggiunta che questa riforma riduce drasticamente il potere del governo di intervenire con i decreti legge omnicomprensivi nell’attività parlamentare.
Il problema vero è che se le risposte ai problemi della gente tardano, o addirittura non arrivano, la democrazia entra in crisi; la politica e le istituzioni perdono credibilità e a rimetterci sono i cittadini, in particolare quelli più deboli. E questo è ciò che è accaduto negli ultimi venti anni. La tempestività e l’efficienza della decisione pubblica non sono una scelta in ossequio alla finanza internazionale, bensì una necessità in difesa dei cittadini e degli interessi del Paese.
In tutti questi anni abbiamo discusso di riforme non perché fosse divertente ma perché era già evidente la crisi della nostra democrazia. La partecipazione al voto in Italia ha impiegato 32 anni (dal 1948 alle regionali del 1980) per scendere sotto il 90%; dopo altri 32 anni esatti si è scesi sotto il 50% (2012, elezioni regionali siciliane). Ancora nel 1992 e nel 1994, gli anni del crollo della “Prima Repubblica” la partecipazione al voto era stata dell’87,2% e dell’85,5% e il partito che allora alimentava di più l’antipolitica (la Lega di Bossi) non era andato oltre l’8%.
Questa crisi della partecipazione democratica è, secondo me, legata alla crisi della decisione pubblica e all’impotenza della politica di assumersi le responsabilità di fronte alla propria gente.
Ora, chi paventa scenari apocalittici in vista di questo referendum sbaglia di grosso.
Renzi ha commesso l’errore della personalizzazione e l’ha riconosciuto, ma anche fare la campagna per il no parlando solo di Renzi e del governo senza pronunciarsi sul merito della riforma è una furbesca personalizzazione al contrario. Così come non c’è nessun rischio autoritario. Non sono preoccupato di sbocchi autoritari e, per l’Italia, non vedo nuovi dittatori all’orizzonte. Sono più preoccupato del pantano e della palude nei quali non si capisce mai di chi siano le responsabilità e dove non si avverte mai l’esigenza di rispondere ai problemi delle persone e della società.
L’unica cosa da sapere è che se il 4 prevarranno i no, il 5 non ci sarà un’altra riforma, diversa e migliore di questa. Rimarranno le cose così come sono. Non ci sarà un Parlamento più efficiente, la riduzione del numero dei parlamentari o la riduzione dei costi della politica. Tutto rimarrà così com’è. Per questo, secondo me, è il tempo di fare un passo avanti. È il tempo del Sì.
Alessandro Mazzoli
deputato del Partito democratico
Copyright Tusciaweb srl - 01100 Viterbo - P.I. 01994200564PRIVACY POLICY