Viterbo – Non volevano essere più costretti a uccidere gli animali perché buddisti, per questo si sarebbero licenziati e hanno chiamato gli animalisti.
Ci sarebbe un movente religioso dietro la denuncia fatta nel 2012 da due dipendenti cingalesi di un presunto canile lager di Viterbo. Sono buddisti e credono che tutto ciò che si fa torni indietro, per cui non potevano affogare i cuccioli appena partoriti dalle cagne in una tinozza, dopo averli strappati alle mamme (video).
Lo ha spiegato uno di loro, in lacrime, all’udienza di ieri del processo per maltrattamento, uccisione e smaltimento illecito di animali alla coppia di proprietari. “Abbiamo pensato che un giorno qualcuno lo avrebbe potuto fare a noi e ai nostri figli”, ha spiegato in un italiano incerto, tanto che il giudice Giacomo Autizi, “data la rilevanza della testimonianza”, lo ha invitato a tornare a giugno, quando sarà sentito con l’aiuto di un’interprete.
I due cingalesi confidarono quello che succedeva nel canile alle tre volontarie animaliste Nunzia Casini, Rita Storri e Paola Vicidomini, che a loro volta si rivolsero alla Federfida di Roma, presente in aula con la presidentessa Loredana Pronio e l’assistente Stefania Pierleoni. Sono state loro ad andare in procura, consegnando un video dei presunti abusi. “Si vede una cagna meticcia che cerca di scappare verso una tinozza da dove provengono dei guaiti strazianti. Ci sono i suoi cuccioli che stanno affogando, tenti giù da una bacinella piena d’acqua che fa da tappo”. Il video l’hanno girato di nascosto col telefonino i dipendenti cingalesi.
Secondo l’accusa, gli imputati avrebbero ucciso deliberatamente e crudelmente tra i 1200 e i 1400 cuccioli, calcolati sulla base della mancata sterilizzazione delle femmine, che solitamente prolificano due volte all’anno. I cuccioli sarebbero stati sistematicamente affogati in dei grossi secchi pieni d’acqua. Le carcasse sarebbero poi state messe in sacchi di plastica di uso condominiale e gettate nei cassonetti dei rifiuti urbani. Stesse modalità per le deiezioni. Ai cani inoltre sarebbe stati somministrati cibi scaduti destinati all’alimentazione umana.
Di tutt’altra opinione l’imputata: “Non è vero che si sono licenziati. Dopo tre lettere di richiamo per inadempienze sul lavoro, sono stati regolarmente licenziati, per non avere ottemperato ai loro doveri come addetti alle pulizie e alla somministrazione del cibo, e non si sono più presentati sul posto di lavoro, lasciando di colpo me, ma soprattutto i cani, in difficoltà”. In attesa che la giustizia faccia il suo corso, il canile continua a ospitare randagi per conto di varie amministrazioni comunali. “I verbali dei controlli hanno sempre avuto esiti positivi, il canile è assolutamente a norma, autorizzato dalla Asl di Viterbo, scelto come ‘sanitario’ e vi viene garantito l’assoluto rispetto del benessere animale”.
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