Viterbo – Non solo il danno economico diretto ma anche quello all’immagine e al prestigio della Asl. E’ ripetuto come un mantra in ventuno dei ventitré capi d’accusa dell’avviso di conclusione indagini notificato il 31 gennaio scorso a ventitré medici e infermieri dell’ospedale di Belcolle.
La procura di Viterbo contesta ai furbetti della Asl di aver procurato all’azienda sanitaria “con artifizi e raggiri un danno sia diretto (somme indebitamente percepite e omesse prestazioni lavorative) che indiretto, ovvero all’immagine e al prestigio della stessa da quantificarsi in separata sede”.
Esplosa l’inchiesta della Guardia di finanza che ha portato alle sospensioni della primaria di medicina trasfusionale Tiziana Riscaldati e dell’infermiere Stefania Gemini e alla notifica di ventuno lettere di contestazione d’addebito, la Asl si è subito messa sul piede di guerra. Commissioni interne, ufficio procedimenti disciplinari riunito a oltranza, pugno duro e nessuno sconto a chi, secondo l’accusa, ha truffato. “Verrà valutato il danno fatto all’azienda – ha detto il direttore generale Daniela Donetti -, poi ricorreremo alla corte dei conti. Ci costituiremo anche parte civile”. Su questo punto con una delibera del 3 febbraio la Asl ha conferito l’incarico all’avvocato Maria Rosaria Russo Valentini, “per conseguire l’integrale risarcimento dei danni patrimoniali e non, subiti e subendi, valutazione monetaria e interessi”.
A fine 2015, dalle intercettazioni di una precedente indagine, gli agenti del nucleo tributario scoprono che nel reparto di medicina trasfusionale di Belcolle c’è chi timbra il cartellino e poi si allontana dall’ospedale. Ma anche chi vidima il badge dei colleghi che restano a casa o si dedicano ad altro: una dipendente è stata sorpresa a fare spese, un’altra ad assistere a una recita di Natale.
I finanzieri li hanno videoripresi per circa tremila ore. Poi pedinamenti e appostamenti, fino alla notifica del 415 bis, l’avviso di conclusione indagini. Nel corso delle indagini è emerso che negli ultimi cinque anni dodici tra medici e infermieri avrebbero anche gonfiato i propri stipendi per un importo complessivo di un milione e 300mila euro. Avrebbero sfruttato una delle caratteristiche del reparto: l’assistenza, a pagamento, in casa dei pazienti. La frode sarebbe stata posta in essere attraverso false attestazioni relative a trasfusioni di sangue a domicilio in giorni di assenza dal lavoro, in alcuni casi anche mentre erano in ferie. Oppure gonfiate nella quantità del servizio reso, o effettuate ma rendicontate anche a favore di colleghi che in realtà non c’erano.
Copyright Tusciaweb srl - 01100 Viterbo - P.I. 01994200564PRIVACY POLICY