Massimo Fini intervistato da Carlo Galeotti
Viterbo -“L’unica linea editoriale che ho seguito è stata la mia”. Sul palco di Caffeina, ieri sera a piazza del Plebiscito, Massimo Fini ha confermato il suo essere giornalista e scrittore sempre controcorrente.
La presentazione della raccolta Confesso che ho vissuto. Esistenza inquieta di un perdente di successo, è stata l’occasione per Fini di parlare della sua storia professionale, rimandi alla sfera privata. Il ricordo dei genitori, il padre giornalista e la madre russa. L’amicizia nata sui banchi di scuola con Claudio Martelli. Matteo, figlio unico, con cui ha un ottimo rapporto. Ma, come detto, è stato soprattutto il racconto del suo essere giornalista fuori dagli schemi.
“Dagli esordi nell’Avanti, all’inizio degli anni Settanta, in cui lavoro per due anni – ha ricordato Fini -. Per poi passare, con una scelta puramente irrazionale, all’Europeo. Una stagione straordinaria in un giornale straordinario”. Dove diventa una firma di punta, scrivendo di cose italiane ed estere. Sulle cose estere, dell’Iran ha sottolineato che è un “Paese dalla grande cultura considerato il male solo perché l’Occidente si considera il bene”.
Su Il Mullah Omar, la controversa biografia del leader dei Talebani, ha affermato che è “la storia di un ragazzo diciottenne che si batte contro gli invasori sovietici. Prosegue per fare qualcosa contro la prepotenza dei “signori della guerra”, dopo la cacciata dei russi, fino alla nascita del movimento talebano, sostenuto dalla popolazione, che riporta l’ordine in Afghanistan poi nuovamente invaso dagli occidentali”.
Per le cose italiane, oltre al suo antiberlusconismo conclamato, il discorso cade sulla politica: “Ho apprezzato la prima lega di Umberto Bossi, un grande politico, e oggi guardo con favore i 5 Stelle, mentre Matteo Salvini è un’altra storia. Per me appartiene alla vecchia politica. Ma un giornalista deve sempre guardare con distacco critico sia chi gli è simpatico sia chi gli è antipatico”.
Infine il rapporto con gli altri giornalisti e il “caso” Vittorio Feltri. “L’ho conosciuto molto bene, quando era direttore dell’Indipendente – ha detto Fini -. All’epoca di Mani Pulite, passò da 20 a 120mila copie vendute in un anno e mezzo. Dopo essere andato al Giornale, il nostro rapporto si è incrinato”.
Daniele Aiello Belardinelli
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