Viterbo – Sei musei e un complesso templare. New York, Londra, Il Cairo, Alessandria, Berlino e Karnak. Tutti quanti in tre sale. Quelle di palazzo dei Papi. Nello specifico, la mostra dedicata ai tesori del faraone Tutankhamon in corso a Viterbo. Dal 1° luglio al 28 ottobre. Aperta tutti i giorni, orario continuato dalle 10 alle 19.
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Un’occasione, soprattutto per scuole e appassionati, per vedere ciò che potrebbero sfiorare appena al Metropolitan museum di New York o al British di Londra, oppure nel museo egizio di Berlino e in quello del Cairo.
Assieme alla tomba di Tutankhamon, conservata al museo egizio del Cairo, ci sono altri ventidue reperti archeologici, quasi tutti usciti dall’Egitto nel corso degli ultimi tre secoli. Riuniti, sebbene in copia, a Viterbo. Per la prima volta. Una dislocazione geografica su più continenti che racconta una delle più grandi “rapine” archeologiche della storia. Un territorio saccheggiato dagli invasori, così come è continuato a succedere ben oltre la seconda guerra mondiale quando i soldati di Hitler fecero la stessa cosa in giro per le zone occupate dai nazisti. Così come pure è successo a Baghdad, sempre in Egitto e in altre parti del medio oriente e del nord Africa in tempi più recenti.
I musei cui fanno riferimento le copie esposte nel corso della mostra dedicata ai tesori di Tutankhamon.
Museo egizio del Cairo: tomba di Tutankhamon.
Metropolitan museum di New York: vasi predinastici, statua di portatrice di offerte, vaso in terracotta dipinta con stambecco, sfingi e vaso a forma del dio Bes.
Museo arte islamica al Cairo: tutti i vasi e i piatti dell’ultima sezione.
British museum di Londra: la stele di Rosetta.
Museo greco-romano di Alessandria d’Egitto: testa di Alessandro Magno, vaso a figure nere, busto di Serapide, statuetta di Arpocrate.
Museo egizio di Berlino: teste di Akhenaton e Nefertiti, busto di Nefertiti, testa di Teye.
Karnak: rilievo con Akhenaton.
L’Egitto è è rimasto chiuso al mondo occidentale fino alla fine del ‘700. Un universo di fatto sconosciuto. Ancor più la civiltà dei faraoni, per certi aspetti completamente ignorata.
Ad aprire le porte dell’Egitto agli occidentali fu la spedizione militare del 1798 dell’esercito rivoluzionario di Napoleone Bonaparte che, dopo aver saccheggiato l’Italia da cima a fondo, passò al nord Africa orientale. L’obiettivo geopolitico era quello di estendere l’influenza francese nel Mediterraneo, minacciando da vicino l’impero inglese in India. La stessa accadde al Giappone qualche anno dopo, nel 1853, quando il commodoro statunitense Perry si presentò armato di tutto punto davanti alle coste nipponiche invitando gentilmente ad aprire i porti, chiusi da sempre al mondo occidentale, eccezion fatta per una piccola comunità di pescatori norvegesi. L’anno dopo, grazie alla Convenzione di Kanagawa, gli Stati Uniti entrarono in Giappone tentando successivamente di estendere la loro influenza in buona parte dell’Asia che si affaccia sul Pacifico.
Le truppe francesi in Egitto si imposero con le armi. Al seguito di Napoleone anche un gruppo di settantacinque studiosi con il compito di esplorare il paese da ogni punto di vista, compreso quello archeologico, scegliendo i pezzi migliori da rubare e portare a Parigi. In breve tempo mettono insieme un tesoro consistente di cui fa parte anche la stele di Rosetta che ha permesso – non è del tutto vero, ma leggenda vuole – di svelare il segreto dei geroglifici.
Dalla calata dei francesi sul fine del XVIII secolo, i musei d’Europa iniziarono a riempirsi di reperti egizi come se nulla fosse. Come se quella terra al di là delle sponde a nord del Mediterraneo fosse roba loro. E come tale l’hanno trattata. Almeno fino alla seconda metà del ‘900 quando il presidente Nasser, con la complicità dei sovietici, che minacciarono addirittura di bombardare Londra e Parigi se i paracadutisti anglo-francesi non si fossero ritirati, prese a calci inglesi e francesi durante la crisi di Suez del 1956 per il controllo del canale.
Una mostra, quella dedicata a Tutankhamon, che racconta dunque anche la lunga e triste storia del colonialismo imperialista occidentale, con tanto di saccheggi al seguito. Tombaroli di Stato che hanno sparpagliato testimonianze faraoniche in giro per l’Europa. Un’antica grandezza chiamata a risaltare quella di dittatori e attempati direttori di musei in tempi più recenti, rispecchiandone in qualche modo velleità imperiali post classiche.
Una storia che ha visto anche i resti delle 34 dinastie egiziane, macedone e tolemaica incluse, fino al dominio dei romani, un arco temporale che va dal 3300 al 304 a.C., attraversate dagli eserciti schierati contro Israele tra il 1948 e il 1967, quando – alla fine della guerra dei 6 giorni di 51 anni fa – la stella di Davide sventolò pure in Sinai. Fino al 1982, anno in cui l’esercito israeliano si ritirò dalla zona. L’Egitto, il primo Stato arabo a farlo, riconobbe Israele. Per questo motivo il presidente egiziano Sadat venne ucciso il 6 ottobre 1981 al Cairo, durante una parata militare per celebrare l’inizio della guerra del Kippur del 1973 proprio contro Israele. Alcuni ufficiali appartenenti a un movimento islamico lanciarono tre bombe contro il palco presidenziale e spararono a Sadat. la televisione egiziana riprese tutto.
Degli esperti di Napoleone in Egitto fa parte anche Vivant Denon. E’ il suo Voyage dans la Haute et Basse Egypte a esercitare un influsso decisivo sulla nascita dello stile Impero, con motivi egizi e pseudo tali.
Tuttavia, non tutto finisce secondo i piani. In due anni di occupazione i francesi fondarono al Cairo un Istituto Orientale dove avevano accumulato una collezione di opere d’arte pronte per essere imbarcate alla volta di Parigi. Vengono però sconfitti dagli inglesi, nel 1801, e il tesoro raccolto prende la strada di Londra.
Vicende cui si ricollega il nome di un avventuriero italiano di Padova, Giovanni Belzoni che nel 1816, approfittando del caos successivo alla fine dell’impero Napoleonico e in modo assolutamente rocambolesco, riuscì a portare al British di Londra il gigantesco busto di Ramses II. Due metri e 67 centimetri di altezza per due di lunghezza. In granito.
Un’impresa clamorosa, conosciuta dallo stesso Howard Carter, lo scopritore della tomba di Tutankhamon.
Ancora oggi, visitando il British e avvicinandosi al busto, è possibile leggere il nome di Belzoni. Scritto di suo pugno, dietro l’orecchio di Ramses. A celebrare se stesso, e l’archeologia pistolera degli inizi.
Daniele Camilli
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