Viterbo – Ha una storia di 5 mila anni. Il sistema di scrittura dell’antico Egitto di cui i geroglifici fanno parte. Assieme a un altro paio di scritture.
Un sistema di scrittura complesso. In mostra, anch’esso, a Palazzo dei Papi a Viterbo nell’ambito dell’esposizione delle copie del tesoro del faraone Tutankhamon aperta fino al 28 ottobre. Tutti i giorni fino alle 7 di sera.
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Due i punti di riferimento all’interno della mostra. Da una parte, l’insieme della stessa, concentrata per la sua totalità sulla scrittura monumentale, i geroglifici. Dall’altra, la stele di Rosetta, dove compare un altro sistema di scrittura legato sempre al mondo dei faraoni, il demotico.
Le forme di scrittura dell’antico Egitto erano infatti tre. Cerimoniale ed epigrafica, monumentale, ossia la scrittura geroglifica. Infine due scritture derivate, lo ieratico per la scrittura su papiro, vale a dire la lingua della letteratura, e il demotico, destinato ai documenti più comuni, quelli amministrativi. Uno scenario che racconta inoltre la progressiva diffusione della scrittura all’esterno delle classi dominanti dell’epoca.
La più antica iscrizione geroglifica è la Paletta Narmer, scoperta a Hierakonpolis alla fine dell’ottocento. Risale al 3 mila avanti Cristi. Un gruppo di archeologi tedeschi nel 1998 riportarono alla luce, nel sito di Abydos, trecento tavolette d’argilla iscritte con proto-geroglifici risalenti al 3200 a.C..
Una storia che si conclude nel IV secolo dopo Cristo quando l’imperatore Teodosio chiuse tutti i templi non cristiani. L’ultima iscrizione è il “Graffito di Esmet-Akhom” nel tempio di Iside a File, inciso il 24 agosto 394, natale di Osiride.
Da lì in avanti, mano mano cadde nel dimenticatoio non facendone nessuno più alcun uso. Fine di un’epoca. Oltre 3 mila anni di storia. Ed è la fine di un sistema di scrittura – non altro – che segnano i passaggi decisivi della storia. Solo che la lingua dell’antico Egitto subì anche la sorte dei paesi conquistati e colonizzati. La sua scrittura divenne indecifrabile. Con tanto di autori greco-romani che ridussero i geroglifici a un sistema allegorico di trasmissione di conoscenze mistiche. Nel corso della storia successiva i “relitti” dell’antico Egitto non hanno di certo viaggiato lungo la strada dell’ellenismo. Molto più probabile che i percorsi vadano ricercati nel mondo copto – sempre a Palazzo dei Papi a Viterbo, c’è pure una mostra dedicata alle icone copte nella sala del conclave – e nella successiva cultura islamica.
Per decifrare i geroglifici fondamentale fu non tanto il ritrovamento della stele di Rosetta scoperta nel 1799 dal capitano di Napoleone Bonaparte Pierre-François Bouchard, ma al lavoro di un gesuita tedesco del XVII secolo, Athanasius Kircher, fondatore dell’egittologia. Gettò le basi, vere e proprie fondamenta, per decifrare la scrittura geroglifica.
Per Kircher si trattava di una scrittura speculativa, vale a dire la conseguenza di un procedimento mentale che idealizza l’oggetto per poterne ricavare un suono da trascrivere graficamente. Nient’altro che una lingua e come tale andava interpretata. Una lingua giocata anch’essa sul rapporto significato, significante, referente. Concetti mentali (un cane è fatto in questo modo e presenta queste caratteristiche) che rimandano ad elementi extralinguistici, gli oggetti di cui si parla (il cane che accarezziamo), e al segno linguistico, la parola scritta (cane scritto su un quaderno).
Il geroglifico è un segno linguistico, parte di un linguaggio pluristratificato che conferiva ai geroglifici una funzione rituale volta a rendere tangibile e ripetibile l’esperienza religiosa sottraendola però alle dimensioni sociali esterne al mondo delle classi dominanti dell’Egitto dei faraoni. Al di fuori di queste dimensioni le forme di scrittura erano altre, appunto lo ieratico per la letteratura e il demotico per il popolo. Ancor più in là c’erano gli schiavi, tanto per distinguerli da tutto ciò che si intende per “popolo”. E le sue lingue erano quelle dei popoli dominati.
La scrittura geroglifica, parte integrante del rito funebre, è la scrittura dei potenti. Capaci di tenere a distanza tutte le altre dimensioni sociali, ciascuna con il suo linguaggio, ben oltre la morte. Un mondo a se stante e distinto anche nell’aldilà. Al tempo stesso la scrittura geroglifica è un manuale delle istruzioni per il defunto, da seguire una volta varcata la soglia dell’oltretomba. Come se il faraone, svegliatosi, si sedesse davanti ai geroglifici, che a guardarli nel loro insieme con un po’ di immaginazione sembrano la pellicola di un film, per capire cosa fare. Un film, con tanto di sceneggiatura, non proiettato ma impresso. E ad uso di pochi.
Un linguaggio dotato di un impianto narrativo che non descrive, o amministra, una sfera sociale ma racconta, e interpreta, l’anima di un individuo decifrandone i percorsi. Non una teologia, ma una specie di tracciato psicologico di una persona. Come leggere un caso clinico di Freud non su un libro ma messo per simboli sulle pareti di casa. Attorno al caso, il contesto che lo ha caratterizzato, con i suoi archetipi e miti ancestrali. Il tutto definito all’interno di un’unico sistema di scrittura. Non tanto e solo “segreto”, cioè volto a rimarcare ambiti sociali separati, ma anche il tentativo di codificare le formazioni inconsce di un soggetto e del tessuto sociale che lo ha accompagnato nel corso della vita. Un discorso inconscio in grado di svolgersi lungo un asse sincronico dove i fatti linguistici sono considerati in un dato momento, astraendo dalla loro evoluzione nel tempo. Rendendoli immortali.
Daniele Camilli
La mostra resterà aperta fino al 28 ottobre 2018. Orario continuato: 10 – 19
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