Viterbo – (dan.ca.) – Succedeva più di cent’anni fa. Centosei, per l’esattezza. L’archeologo tedesco Ludwig Borchardt scoprì uno uno dei capolavori indiscussi dell’arte dell’antico Egitto. Il busto di Nefertiti. Quello che oggi si può vedere anche a Viterbo. In copia autentica. Alla mostra sui tesori di Tutankhamon organizzata dalla fondazione Caffeina cultura e dalla Società italiana di beneficienza dell’imprenditore Eugenio Benedetti.
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Dopo Palazzo dei papi, la mostra sul giovane faraone sta bissando a piazza Fontana grande, nell’ex tribunale, in coincidenza con il Christmas Village. Fino al 6 gennaio. Lo scorso fine settimana ci sono stati più di 1.200 visitatori. Questo che arriva è il week end più importante. La prova del nove. Quello della Madonna.
Alla mostra ci sta anche il busto di Nefertiti, conservato oggi all’Ägyptisches Museum und Papyrussammlung a Berlino. Dopo una contesa tra Egitto e Germania durata tanto quanto il tempo trascorso dalla scoperta. Perché ai governi egiziani, da quelli filo britannici di re Faruq fino a al presidente Nasser, che ai colonialisti inglesi e francesi gli affondò le navi nell’istmo di Suez durante la crisi del 1956.
Nefertiti è stata una regina egizia della XVIII dinastia vissuta nel XIII secolo avanti Cristo. La grande sposa reale del faraone Akhenaton che cercò di imporre il culto dell’unico dio Aton, il disco solare. Nefertiti affiancò il marito fino alla fine. Una donna che sfidò il potere degli uomini, rivendicando e imponendo la sua capacità di saper governare un popolo e un impero gigantesco. Una coppia che ha mostrato anche il proprio amore agli altri. Sono infatti tante le scene di intimità e affettuosità tra Akhenaton e Nefertiti giunte sino a oggi. Pare inoltre che dopo la morte del marito, e prima dell’avvento di Tutankhamon, sia stata lei a guidare l’Egitto col nome di Neferneferuaton.
Il 6 dicembre del 1912 la scoperta. L’archeologo Borchardt trova il busto di Nefertiti scavando a Tell el-Amarna, l’antica Akhetaton. Nell’area dove sorgeva la bottega dello scultore Thutmose. Assieme ad altre opere che ritraggono Amenofi III, Kiya e Ay.
Le opere vengono imbarcate e portate in Germania. Con le autorità egiziane che nel 1924 ne chiesero la restituzione. Nel frattempo però il busto era diventato proprietà di James Simon, il mecenate che aveva finanziato la missione ad Amarna e che nel 1920 donò l’intera collezione ai musei di Berlino.
Gli egiziani continuarono a pretenderne il rimpatrio. E in mezzo c’è stata pure una guerra mondiale con la capitale del Reich millenario letteralmente rasa al suolo. Poi la ricostruzione. I conti da fare con il passato nazista. Uno stato occupato e diviso in due da un muro e dalle truppe alleate. Fino alla fine della guerra fredda e al “regalo” del presidente Mubarak. Nel 1989, quando definì Nefertiti “la migliore ambasciatrice per l’Egitto”. A Berlino. Come a dire, tenetevela. Qualche anno più tardi Mubarak sarà travolto dalla primavera araba.
Nel frattempo nel 2003 la disputa s’era riaccesa. Questa volta in occasione della realizzazione dell’istallazione artistica The body of Nefertiti in cui una coppia di scultori denominata Little Warsaw ricostruì in bronzo il corpo della regina.
Fu proprio allora che l’archeologo egiziano Zahi Hawass parlò apertamente di dissacrazione del retaggio storico e culturale dell’Egitto, tirando in ballo persino l’Unesco. Ma i tedeschi non l’hanno mai più restituita.
Daniele Camilli
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