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Delitto del Suffragio - La perizia psichiatrica verrà affidata al professor Giovanni Battista Traverso e al dottor Sergio Biagiotti

Omicidio Barchi, parti civili i genitori adottivi della vittima

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Viterbo - Omicidio in via Fontanella del Suffragio - Il fermato Stefano Pavani e la vittima Daniele Barchi

Viterbo – Omicidio in via Fontanella del Suffragio – Il fermato Stefano Pavani e la vittima Daniele Barchi

Daniele Barchi

Daniele Barchi

Stefano Pavani

Stefano Pavani

Viterbo – Omicidio Barchi, parti civili i genitori adottivi della vittima.

C’erano anche il padre a la madre di Daniele Barchi ieri mattina in  tribunale, alla prima udienza del processo col rito abbreviato a Stefano Pavani, il 32enne di Corchiano che la notte tra il 20 e il 21 maggio 2018 ha ucciso, massacrandolo di botte, il 42enne d’origine campana adottato da una coppia di Gaeta, nel suo monolocale al pianoterra in via Fontanella del Suffragio, dove ospitava l’omicida. 

Il gup Savina Poli, preso atto della perizia psichiatrica della dottoressa Cristiana Morera, nominata dal pm Stefano D’Arma, secondo la quale all’epoca dei fatti Stefano Pavani era “affetto da infermità di mente, con disturbo della personalità, in misura tale da far scemare grandemente la sua capacità di intendere e di volere”, ha disposto ulteriori accertamenti. 

Per le sue condotte di vita, anche antecedenti al massacro della notte tra il 20 e il 21 maggio del 2018, secondo la psichiatra viterbese che ha visitato il 32enne a Mammagialla, dove è recluso da nove mesi, Pavani sarebbe un soggetto socialmente pericoloso. Pavani avrebbe vissuto gran parte della propria esistenza nel totale ”impoverimento affettivo” e all’interno di una ”grave disgregazione socio-ambientale e famigliare” che ad oggi lo renderebbero pericoloso in senso psichiatrico.

L’ultima parola spetterà ai periti cui sarà affidata mercoledì prossimo, il 20 febbraio, la consulenza collegiale che dovrà chiarire l’eventuale infermità mentale dell’imputato, la sua pericolosità sociale e se sia in grado di stare a processo. In caso contrario potrebbe essere dichiarato non imputabile, venire quindi prosciolto e inviato presso una struttura specializzata per le cure del caso. 

Il giudice nominerà la prossima settimana il professor Giovanni Battista Traverso e lo psichiatra marchigiano Sergio Biagiotti, ai quali spetterà rispondere collegialmente ai quesiti. La loro relazione sarà poi decisiva per il futuro giudiziario dell’imputato. 


Chi era Daniele Barchi

Barchi si era trasferito a Viterbo dal litorale romano da qualche anno, viveva da solo, era una persona mite, gli piaceva suonare il pianoforte. La sera, i gestori dei bar lungo corso Italia gli offrivano spesso un aperitivo quando lui si fermva a fare due chiacchiere.

Daniele si diceva comunista, così almeno si definiva sulla sua pagina Facebook. Foto profilo, e a mezzo busto la scritta “Io voto comunista”, riferendosi forse alle ultime elezioni. Occhiali sottili color argento, capelli corti, jeans, maglietta e scarpe, a volte da ginnastica, altre tipo mocassino. Accento pontino, con tonalità basse, dice chi lo conosceva. 

Del suo passato si sa poco, se non che è nato a Novi Velia in provincia di Salerno il 10 aprile 1976. A Gaeta aveva fatto per un periodo l’ausiliario del traffico. Online soltanto due documenti, dove compare il suo nome. Il primo è l’albo degli scrutatori del 2012 del comune di Gaeta. Il secondo riguarda l’attribuzione del reddito minimo ed è della provincia di Latina. 

Per Daniele Barchi la vita è durata un lampo. Il suo corpo, dopo l’autopsia, è stato tumulato nel cimitero di Gaeta, dove il 42enne è cresciuto circondato dall’affetto dei genitori adottivi, che per la sua morte non si danno pace. I funerali sono stati celebrati nella chiesa di Santo Stefano da don Stefano Castaldi, che lo conosceva da sempre. Era il 29 maggio, una settimana dopo il ritrovamento del cadavere, avvenuto la sera del 22 maggio dell’anno scorso, dopo l’allarme dato dalla fidanzata di Pavani alla polizia, intervenuta per una lite al Serpentone di Bagnaia. Il feretro era coperto di rose bianche. 


Chi è Stefano Pavani

“Credo che lui abbia ammazzato un uomo, perché quell’uomo non respira più”. Con queste parole il 22 maggio 2018 la fidanzata di Stefano Pavani ha indirizzato la polizia verso l’appartamento del centro storico di Viterbo dove Daniele Barchi era cadavere già da un paio di giorni.

Pavani era stato già arrestato, nell’estate del 2014, la notte tra il 21 e il 22 giugno. Aveva soltanto 25 anni e finì ai domiciliari per avere aggredito un sessantenne in un bar di Corchiano, colpendolo al volto con i cocci di una bottiglia rotta, accecandogli l’occhio destro. Durante il processo, gli fu diagnosticata “una notevole incapacità di intendere e di volere derivante da un disturbo di personalità”. Condannato per lesioni gravissime, gli fu consetito di scontare la pena non nella cella di un carcere, ma ai domiciliari in una comunità di recupero.

Il 3 ottobre 2014, mentre era ai domiciliari, fu arrestato per evasione. Si era allontanato da casa verso le 15 spegnendo il telefonino e rendendosi irreperibile fino all’ora di cena. Ai carabinieri disse: “Meglio in carcere che in casa”. Per quell’evasione è stato assolto lo scorso 6 novembre. Durante il processo sono emerse in tutta la loro drammaticità la difficile convivenza coi familiari e il suo carattere irascibile a causa del quale, già allora, era stato segnalato più volte ai servizi sociali.

Il caso fu preso a cuore anche dalle assistenti sociali del Comune, che si adoperarono per sistemare il giovane in un altro alloggio, nel centro del paese, successivamente dichiarato inagibile, per cui il 31enne fu trasferito in un agriturismo, sempre a cura dell’amministrazione di Corchiano. Le vicissitudini familiari, secondo il difensore Luca Paoletti, avrebbero pesato sulle condizioni psichiche di Pavani, che ha poi scontato la successiva condanna per l’aggressione al sessantenne ai domiciliari, in quanto incompatibile con il regime carcerario. 

Le chiamate ai carabinieri, da parte dei Pavani, sarebbero state all’ordine del giorno, sempre per accesi litigi in ambito familiare. Una volta il 32enne sarebbe stato trovato dai militari barricato in camera sua, davanti alla cui porta c’erano sparsi i frammenti di vetro di un vaso rotto dal padre che ubriaco, come sarebbe capitato spesso, lo avrebbe lanciato contro il figlio durante una violenta aggressione. Tutto documentato da una pila di verbali dei carabinieri.

Prima del delitto il 32enne era ricoverato in una Rems, una residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza, da dove sarebbe evaso, secondo la banca dati che al suo nome, al momento del fermo, diceva “ricercato”.

Silvana Cortignani


 –  Omicidio Barchi, superperizia psichiatrica per Pavani


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14 febbraio, 2019

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