Omicidio in via Fontanella del Suffragio (nei riquadri, Daniele Barchi e Stefano Pavani)
Viterbo – Omicidio di via Fontanella del Suffragio, fra meno di un mese saranno passati cinque anni da quella notte tra il 20 e il 21 maggio 2018 il 42enne Daniele Barchi fu massacrato di botte e torturato con una forchetta fino a una morte atroce nella sua abitazione al pianoterra del caratteristico vicolo adiacente a corso Italia dove fino a qualche giorno prima aveva ospitato la coppia accusata del delitto.
Intanto non si conosce ancora l’esito della vicenda giudiziaria relativa alla presunta complice dell’omicida, lui condannato dopo appena un anno. Il macabro rinvenimento del cadavere risale alla sera del 22 maggio, quando a lanciare l’allarme fu proprio la fidanzata dell’imputato.
Il movente del feroce assassinio avvenuto nel cuore del centro storico del capoluogo in un weekend di primavera sarebbe stato l’allontanamento da casa sua dei due giovani, diventati nel frattempo invadenti e sgraditi, da parte della vittima.
Uno è Stefano Pavani, oggi 36enne, giudicato a suo tempo seminfermo di mente e condannato il 10 luglio 2019 a 15 anni di reclusione per omicidio volontario aggravato dai futili motivi, pena diventata definitiva. E’ invece ancora davanti al gup con la medesima accusa in concorso l’allora fidanzata di Pavani, Azzurra Cerretani, oggi 29enne, per la quale i familiari della vittima hanno ottenuto l’imputazione solo a fine 2021, oltre tre anni dopo la morte del figlio, opponendosi strenuamente alla richiesta di archiviazione della procura.
Il difensore Fausto Barili ha chiesto anche per la donna una perizia psichiatrica, così come fece l’avvocato Luca Paoletti che assisteva il suo ex. Perizia affidata dal gup Giacomo Autizi al professor Federico Trobia, il quale però, per una serie di imprevisti, l’ultimo dei quali l’astensione dei penalisti contro il governo e il guardasigilli Nordio, sarà chiamato a illustrare le sue conclusioni ormai dopo la pausa estiva.
Azzurra Cerretani e la vittima Daniele Barchi
“Nostro figlio massacrato da due assassini, dal pregiudizio e dall’indifferenza…”
“Nessuno ha parlato di come hanno ridotto mio figlio, gli hanno rotto 12 costole, gli hanno sfondato la cassa toracica, gli hanno spappolato il cervello, lo hanno accoltellato, gli hanno dato le bottigliate… di questo no, nessuno ha parlato”, disse a suo tempo il padre di Daniele Barchi che, quattro anni fa, con la moglie, inviò tramite un legale una lettera e le foto del cadavere tumefatto del figlio alla redazione di Tusciaweb alla vigilia della sentenza di primi grado.
“Hanno ucciso nostro figlio perché volevano la sua casa. La domenica pomeriggio ci ha telefonato quando secondo noi il massacro era già iniziato, perché Daniele parlava strano e dietro si sentiva la voce di lei che istigava, con un tono aggressivo. Volevano portargli via la casa da dove li aveva cacciati cinque giorni prima, quando aveva capito chi fossero veramente, per questo è morto. E lei era lì assieme a Pavani, è stata lì tutto il tempo mentre veniva torturato”, ha sempre detto il papà di Daniele.
“L’idea del terrore in cui Daniele ha vissuto, le percosse, le coltellate e la violenza subita, ci tormenta e non ci fa più vivere”, si legge nella lettera scritta a Tusciaweb dai genitori del 42enne.
Per il padre di Barchi non ci sono dubbi sul movente, che secondo la famiglia nulla a che fare con la vita travagliata di Pavani e coi suoi problemi psichici. “Quei due delinquenti hanno ammazzato mio figlio perché li aveva mandati fuori di casa cinque giorni prima, quando aveva capito finalmente che delinquenti erano. La mattina del 20 maggio lo stavano aspettando fuori casa e sono entrati dentro con la forza. E il motivo era per appropriarsi della casa, questo risulta anche agli atti. Questa era la vera ragione per cui è stato ucciso mio figlio”.
“L’idea che quel delitto fosse stato consumato in un contesto di marginalità sociale e di degrado psicologico, accomunando Daniele a Pavani e alla sua compagna, è un pregiudizio che ha condizionato tutta l’indagine”, dissero i Barchi. Daniele non era affatto stato abbandonato dai sui genitori, che con cadenza almeno quindicinale lo raggiungevano da Gaeta e gli fornivano tutti i mezzi economici di cui avesse bisogno.
“Abbiamo assecondato il suo desiderio di autonomia e indipendenza acquistando ben due appartamenti in Viterbo, senza mai fargli mancare la nostra presenza e il nostro affetto – continuano i genitori – le vessazioni subite a opera di Pavani e di Cerretani ce le ha sempre tenute nascoste. L’idea del terrore in cui Daniele è stato costretto a vivere per giorni e la durata delle percosse, delle coltellate e della violenza subita, ci tormenta e non ci fa più vivere”.
Silvana Cortignani
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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