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Roma - Condanna definitiva per il 32enne arrestato due volte in una settimana nel 2017 - La prima solo per droga, la seconda anche per detenzione di armi

Ai domiciliari con la pistola della “mafia”, la cassazione conferma le condanna a 2 anni e 8 mesi

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Viterbo - Ai domiciliari con la pistola - L'arma sequestrata dalla polizia

Viterbo – Ai domiciliari con la pistola – L’arma sequestrata dalla polizia

Viterbo – (sil.co.) – Ai domiciliari con la pistola della “mafia”, la cassazione conferma i 2 anni e 8 mesi di condanna a un 32enne. L’uomo sostiene da sempre di essere stato costretto sotto minaccia, tra il 18 e il 26 settembre 2017, a nascondere quella pistola con la matricola abrasa in casa, dove era stato appena posto ai domiciliari per droga.

Una pistola che, assieme a un documento falso con la sua foto, oltre ai complessivi 141 grammi di marijuana e 360 grammi di hashish sequestrati (290 grammi la prima volta, altri 70 grammi la seconda), gli è costata due arresti in una settimana, il passaggio dai domiciliari al carcere e una condanna a due anni e otto mesi con lo sconto di un terzo della pena dell’abbreviato.

A distanza di un anno e mezzo, a gennaio 2019, si è scoperto che quella pistola è effettivamente collegata a personaggi arrestati nella maxinchiesta Erostrato della Dda di Roma sulla mafia viterbese. Ma ciò non è bastato al 32enne ad evitare la condanna a due anni e otto mesi anche in terzo grado. Adesso la cassazione ha confermato in via definitiva la pena, ponendo una volta per tutte i sigilli sull’intera vicenda giudiziaria. 

Protagonista un noto pregiudicato viterbese di 32 anni, arrestato il 18 e il 26 settembre 2017 e condannato a due anni e otto mesi in primo grado il 6 febbraio 2018 dal collegio presieduto dal giudice Gaetano Mautone. Quel giorno la pm Chiara Capezzuto ha sottolineato come al giovane sia stata sequestrata un’arma, una pistola semiautomatica Beretta con la matricola abrasa e il colpo in canna, proveniente da “pregresso delitto”: “Anche se lui ha detto di averla tenuta per un’altra persona, non essendosi sentito in grado di dire di no, per pregressi debiti di droga”.


Ai domiciliari con la pistola della “mafia”

Come emerso in seguito ai tredici arresti del 25 gennaio scorso, nell’ambito dell’operazione Erostrato che avrebbe smantellato un’organizzazione criminale di stampo mafioso italo-albanese a Viterbo, la pistola sarebbe stata di uno degli arrestati, l’operaio viterbese 31enne Gabriele Laezza, detto Gamberone (“Dopo Santa Rosa, vedi i fuochi d’artificio… pam pam”). 

Quest’ultimo, secondo le carte della maxinchiesta coordinata dai pm Giovanni Musarò e Fabrizio Tucci per la Dda di Roma, saputo il 28 settembre 2017 del nuovo arresto del 32enne, avrebbe telefonato al boss Giuseppe Trovato, ai vertici del soldalizio con Ismail Rebeshi, in stato di grande agitazione. 

“Dal tenore della conversazione – si legge nelle motivazioni del riesame – emerge in modo evidente che la preoccupazione di Laezza dipende dal fatto che le forze dell’ordine potrebbero rilevare le sue impronte sull’arma e dunque risalire a lui quale procacciatore dell’arma sequestrata al trentenne”.


“Irrilevante l’asserita detenzione per conto di terzi”

La difesa del 32enne ha ribadito nel ricorso in cassazione, giudicato inammissibile dalla suprema corte, la ricorrenza di uno stato di necessità quanto alla detenzione illegale dell’arma, che gli sarebbe stata imposta da un soggetto il quale, regalandogli alcuni grammi di stupefacente mentre era ai domiciliari, gli avrebbe “chiesto con atteggiamento percepito come minaccioso, di tenergli l’arma clandestina”. 

“Irrilevante l’asserita detenzione per conto di terzi non meglio identificati”, scrivono gli ermellini, evidenziando “l’immediata percepibilità del maggior disvalore del fatto ricollegabile alla abrasione del numero identificativo dell’arma stessa”.


Abbastanza droga per oltre 1600 spinelli

Riguardo agli oltre tre etti e mezzo di hashish e all’etto e mezzo di marijuana sequestrati, la cassazione ha invece ribadito, tra le altre cose, quanto detto dalla perizia del tossicologo forense Fabio Centini dell’università di Siena, nominato dal tribunale di Viterbo,  e cioè come il principio attivo fosse sufficiente per confezionare oltre 1600 spinelli. 


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30 luglio, 2019

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