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Tribunale - Roma - Il pm Giovanni Musarò nella requisitoria del processo contro cinque carabinieri - Tra gli imputati Raffaele D'Alessandro, in servizio anche a San Martino al Cimino: "È stato autore di un'aggressione vile, violenta e repentina"

“Stefano Cucchi vittima di un pestaggio da teppisti da stadio”

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Roma - Il processo bis per la morte di Stefano Cucchi

Roma – Il processo bis per la morte di Stefano Cucchi

Stefano Cucchi

Stefano Cucchi

San Martino al Cimino – Stefano Cucchi è stato vittima “di un pestaggio violento e repentino, roba da teppisti da stadio. I carabinieri Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro, autori di un’aggressione così vile, se la sono presa con una persona sottopeso, di appena 40 chili, che consideravano un drogato”.

Lo ha detto il pm della Capitale Giovanni Musarò nella requisitoria del processo bis in corte d’assise contro cinque militari dell’Arma accusati del pestaggio del geometra romano di 31 anni morto il 22 ottobre 2009 all’ospedale Pertini. Sei giorni dopo essere stato arrestato dai carabinieri per droga. Tra gli imputati anche Raffaele D’Alessandro, che all’epoca dei fatti era in servizio alla stazione di Roma Appia. Per poi passare a quella di San Martino al Cimino. E nel Viterbese è rimasto fino a settembre 2014, quando è stato trasferito al battaglione carabinieri Campania.

La ricostruzione del pm Musarò. “Cucchi, che aveva rifiutato il fotosegnalamento, comincia a battibeccare con Di Bernardo che gli molla uno schiaffo. Cucchi barcolla indietro. D’Alessandro gli dà un calcio e Cucchi va in avanti. Poi arriva una violenta spinta e il ragazzo cade indietro, sbattendo a terra sedere e nuca, e viene colpito con un calcio in faccia che gli provoca una frattura della base cranica”.

Secondo la procura di Roma, le lesioni riportate da Cucchi durante il pestaggio in caserma, “unitamente alla condotta omissiva dei sanitari che lo avevano in cura all’ospedale Sandro Pertini”, lo portarono alla morte. “Le lesioni più gravi – spiega Musarò – sono state prodotte dalla caduta di Cucchi dopo un violentissimo pestaggio. Quella caduta, non accidentale, gli è costata la vita. Si è fratturato due vertebre. Lui stesso, a chi gli chiese cosa fosse successo, disse: ‘Sono caduto'”.

“Non possiamo fare finta che quella notte non sia successo niente – continua Musarò – e non capire che si stava giocando una partita truccata all’insaputa di tutti. Non è semplice sintetizzare due anni di un processo così complicato. Dopo la morte di Cucchi, è iniziata una seconda storia. Nel frattempo ci sono stati altri processi, con imputati diversi. Per il pestaggio furono accusati prima tre agenti della penitenziaria e poi i medici dell’ospedale Pertini”.

“Il primo processo – dice Musarò -, quello che vedeva imputati per il pestaggio di Cucchi tre agenti di polizia penitenziaria, fortunatamente sempre assolti, è stato un processo kafkiano, con gli attuali imputati seduti all’epoca sul banco dei testimoni, con cateteri applicati a Cucchi per comodità e fratture lombari non viste apposta da famosi professoroni. Tutto ciò non è successo per sciatteria, ma per uno scientifico depistaggio cominciato la notte tra il 15 e il 16 ottobre 2009 alla stazione Appia dei carabinieri, quando il ragazzo venne arrestato”.

La requisitoria del pm Musarò è durata sette ore e avrà una coda il 3 ottobre con le richieste di condanna.


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22 settembre, 2019

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