Viterbo – “Non sono un pedofilo, è stata una vendetta della mia ex”, si era difeso lo scorso 15 maggio in aula un uomo di 63 anni accusato nell’estate di tre anni fa di violenza sessuale continuata e aggravata ai danni di una bambina di 10 anni, nipote della compagna con cui l’imputato stava da venti anni, la cui famiglia la coppia frequentava assiduamente. Per la difesa, la donna, lasciandolo, lo avrebbe calunniato per vendicarsi dei continui tradimenti.
E’ stato assolto con formula piena, “perché il fatto non sussiste”, dal collegio presieduto dal giudice Gaetano Mautone.
Ieri, giorno della sentenza, è giunto in tribunale accompagnato dai tre figli: due femmine, avute da una precedente relazione e un maschio, avuto dalla donna che lo ha denunciato il 5 luglio 2016, la sera stessa in cui lo ha lasciato.
Quando il padre è stato assolto, scoppiando in un pianto liberatorio, sono corsi ad abbracciarlo, tenendolo abbracciato mentre, tutti col passo malfermo e l’emozione che gli si leggeva in faccia, lasciavano il palazzo di giustizia del Riello.
L’assoluzione non era scontata.
Al termine di un lungo e combattuto processo, celebrato interamente a porte chiuse tranne la discussione, il pubblico ministero Chiara Capezzuto, convinta della colpevolezza del 63enne, ha chiesto che venisse condannato a una pena di 8 anni di reclusione.
Lo ha difeso a spada tratta l’avvocato Paolo Delle Monache, che lo ha assistito fin dall’inizio della travagliata vicenda assieme alla collega Valentina Micheli. Non si sono invece presentati i genitori della presunta vittima, il cui avvocato di parte civile ha fatto sapere di avere rimesso il mandato.
“Giustizia è fatta. Non abbiamo mai avuto dubbi sull’assoluta innocenza del nostro assistito, che ha dovuto subire tre anni di calvario giudiziario e accuse infamanti senza avere colpe.Per lui è stata la fine di un incubo”, il commento a caldo dei difensori Micheli e Delle Monache, che avevano chiesto l’assoluzione, se non altro per insufficienza di prove. Invece, dopo poco più di un’ora di camera di consiglio, l’assoluzione è arrivata con formula piena.
L’imputato era accusato, tra le altre cose turpi, di avere costretto la bambina a praticargli sesso orale, mettendole il membro in bocca, in un terreno di sua proprietà, alla presenza dei due fratelli della piccola e del cugino, suo figlio, che giocavano poco lontano.
Denunciandolo la sera del 5 luglio 2016 ai genitori della nipote, fratello e cognata della donna, l’ex compagna disse di averlo sorpreso con la bimba, nascosta dietro uno stendino, mentre le faceva tenere la mano infilata dentro ai pantaloni.
Durante il successivo incidente probatorio, la presunta vittima avrebbe raccontato una serie di altri episodi in cui lo zio la toccava e si faceva toccare, in un caso le avrebbe per l’appunto anche messo il membro in bocca. Ovunque: in casa, nel cortile condominiale, in campagna. Dicendo agli altri bambini di giocare a nascondino o andare a prendere qualcosa. Agendo con azioni fulminee, della durata anche di pochi secondi.
Un castello di bugie, secondo la difesa. Anche secondo il collegio, che ha assolto l’uomo in primo grado. Novanta giorni per leggere le motivazioni della sentenza.
Silvana Cortignani
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