Viterbo – Una scuola repubblicana, democratica, con un accesso garantito a tutti, senza più precari e stipendi più alti dei docenti. E’ la scuola cui sta lavorando il governo Conte e la nuova maggioranza rosso verde. Almeno secondo il sottosegretario alla pubblica istruzione Giuseppe De Cristofaro che, accompagnato da Giancarlo Torricelli e Paola Marchetti di Sinistra civica, è venuto a far visita alla redazione di Tusciaweb.
“Il tutto – ha poi aggiunto De Cristofaro – in un paese dove la scuola è ancora una scuola di classe”, che sembrerebbe privilegiare chi è ricco a discapito invece di chi non ha risorse.
Il precariato è uno dei problemi più rilevanti della scuola. Un problema che va avanti da tantissimo tempo. Quale soluzione propone il governo?
“Uno dei problemi nasce dal fatto che nel corso degli ultimi vent’anni in Italia c’è stato un proliferare di norme riguardanti soprattutto l’abilitazione. In questo paese si è diventati insegnanti in tanti modi diversi, Sis, Cfu e altri meccanismi. Questo ha creato una stratificazione e un numero molto consistente di precari. Ed è fondamentale che il governo intervenga. In Italia sono più di 100 mila su un corpo docente di un milione di persone. Il 10%”.
Che cosa bisogna fare per superare il problema del precariato?
“Bisogna fare due cose. Un primo momento in cui si stabilisce un principio, con il più ampio coinvolgimento delle forze politiche e sindacali. Si diventa professore in un modo solo, non in diecimila modi. Con un unico criterio. Come funziona per tante altre professioni. Nel momento però in cui si fa questo bisogna anche risolvere il problema del pregresso. Bisogna trovare un meccanismo affinché questa sacca di 100 mila precari venga assorbito piano piano. Una delle primissime cose fatte dal nuovo governo è stata appunto l’indizione di un concorso straordinario che riguarderà 25 mila persone. E questa è la strada giusta”.
Un concorso che doveva essere fatto nel 2018. Inoltre, erano proprio necessari i 24 Cfu? Non bastava la laurea?
“Tutto è opinabile. Anche la quota dei tre anni per evitare di prendere i 24 Cfu. Tuttavia, quando fai un concorso devi stabilire dei criteri. Io penso che comunque sia è una risposta. Il concorso prevede anche che tutti coloro che ottengono un risultato superiore a 7/10 possono avere l’abilitazione. Un compromesso avanzato”.
E non si rischia in questo modo, con l’abilitazione per chi supera i 7/10, di creare altre sacche di precariato?
“Bisogna combinare due principi, entrambi veri. Da una parte il merito, la qualità dell’insegnamento è un tema vero. Dalla qualità dell’insegnamento dipende l’unica possibilità di smantellare una scuola che in Italia è ancora una scuola di classe. Se l’insegnante non è bravo, il processo formativo viene rimandato alle famiglie. E in tal caso conta moltissimo la famiglia d’origine”.
Ad esempio, leggendo i documenti programmatici delle scuole, i Ptof, viene fuori che i figli di lavoratori e dei migranti si iscrivono prevalentemente agli istituti tecnici. Mentre i figli dei gruppi dirigenti ai licei…
“Siamo ritornati senza dubbio alla scuola precedente il ’68. A partire dagli anni ’80 si afferma un’idea della pubblica istruzione che è alla base di tutti i problemi che abbiamo. Si va sempre di più verso una scuola privatizzata che ha un modello non più pubblico ma aziendalista di formazione. Oggi c’è una differenza gigantesca tra gli istituti tecnici e i licei e tra le singole aree del paese. E all’interno di quest’ultime tra centro e periferia. La prova sono i dati sulla povertà educativa che incide dove è più acuta la sofferenza sociale. La scuola italiana è una scuola di classe. E non ho nessun problema a definirla così”.
Cosa intende per qualità dell’insegnamento?
“Siccome dobbiamo smantellare quest’idea di scuola di classe, dobbiamo smantellare anche alcuni concetti che sono passati nel corso degli ultimi anni. Uno su tutti. Quello del merito. Giusto quando sono garantite le pari condizioni di partenza. Diventa invece una totale ipocrisia quando si parte da condizioni diverse. Dobbiamo allora avere una qualità dell’insegnamento tale da far sì che in qualche modo tutti gli studenti possano meritevolmente concorrere raggiungendo dei risultati anche se la famiglia di provenienza è povera o in difficoltà economica”.
Il tema della qualità dell’insegnamento richiama però quello della formazione dei docenti…
“Quello della formazione dei docenti è senza dubbio un problema che esiste. Alcuni docenti non sono formati. Ma non per cattiva volontà. Probabilmente perché non sono più giovanissimi e si sono formati in una scuola d’altri tempi. Un mondo completamente cambiato nel corso degli ultimi decenni”.
Come si può investire sulla qualità e la professionalità quando molti docenti sembrano essere demotivati, soprattutto dal punto di vista economico?
“Non c’è niente da fare. E quella degli stipendi è un’altra grande questione irrisolta. La qualità dipende anche dal tipo di retribuzione che hai. Gli stipendi italiani sono tra quelli più bassi d’Europa, bloccati da molto tempo a questa parte”.
Il ministro della pubblica istruzione Lorenzo Fioramonti sostiene che per rilanciare il mondo della scuola servirebbero almeno 3 miliardi di euro da mettere in bilancio…
“Tre miliardi come minimo. Il minimo indispensabile. La prossima manovra finanziaria è ancora troppo cauta e insufficiente sul versante stipendi dei docenti”.
Altro grande problema, l’edilizia scolastica. Quale è lo stato di salute degli edifici in Italia?
“I dati che abbiamo non sono per nulla incoraggianti. Sono dati del 2018 di Legambiente. Il 25% delle scuole italiane senza manutenzione. Un altro 25% con manutenzione inadeguata. L’adeguamento sismico è a dire poco insufficiente. Soltanto il 7% delle strutture scolastiche ce l’hanno. Soltanto il 3% delle scuole italiane si può considerare in ottimo stato. Inoltre, solo il 25% degli istituti ha l’agibilità statica. Oltre ai problemi strutturali c’è anche un problema che riguarda la sicurezza interna, come impianti, scale ecc. Partiamo da una situazione molto difficile. La scuola italiana è al tempo stesso un grande pilastro democratico, una grande infrastruttura civile del paese che ha retto l’urto della crisi economica e sociale degli ultimi decenni. Tuttavia è anche un pilastro dai piedi d’argilla”.
Questo che significa?
“Innanzitutto servono più fondi e ridare alla scuola pubblica quella centralità che non ha più avuto. Bisogna poi cercare di spendere meglio i soldi che ci sono ma non si riescono a spendere. E stiamo parlando di alcuni miliardi di euro. Ad esempio, proprio per quanto riguarda l’edilizia, molti enti locali, proprietari delle scuole, non hanno strutture amministrative adeguate per effettuare gare e appalti”.
Quanti sono i miliardi di euro che non si riescono a spendere?
“Una decina di miliardi”.
Che cosa sta facendo il governo sull’edilizia scolastica?
“Il governo sull’edilizia scolastica qualcosa ha fatto. Ha messo il tema edilizia al centro del dibattito. E’ stato ricostituito l’osservatorio sull’edilizia. E’ stata messa in piedi una task force sull’edilizia anche per provare ad aggirare gli enti locali sveltendo le procedure e sburocratizzando. Abbiamo inoltre aperto un nuovo portale internet, direttamente sul sito del ministero dell’istruzione, sull’edilizia che utilizza la mappatura satellitare. Il ministro Fioramonti ha inoltre sbloccato 98 milioni di euro per l’adeguamento antincendio di alcune scuole, un ulteriore miliardo è stato accantonato per la messa in sicurezza, 65 milioni per soffitti e contro soffitti, 120 milioni per le zone del centro Italia colpite dai terremoti. Possiamo dire che sull’edilizia, oggi, qualche elemento in controtendenza rispetto al passato c’è. Quindi la situazione dovrebbe migliorare”.
In un paese dove soltanto il 3% delle scuole è in ottime condizioni, di chi è la responsabilità se succede qualcosa agli studenti?
“In questo momento i dirigenti scolastici sono molto esposti. Molti di loro, in diverse parti d’Italia, sono stati condannati penalmente e al risarcimento danni per tutta una serie di incedenti avvenuti all’interno degli istituti”.
Perché in Italia la pubblica istruzione ha subito questo destino di progressivo abbandono?
“Non credo che il problema sia stato solo quello della riforma della Buona scuola di Matteo Renzi. E’ un percorso lungo che ha fatto passare la tesi che bisogna andare verso una scuola e un’università privatizzate. In questi anni si sarebbe dovuto fare il contrario rispetto a quello che è stato fatto”.
Cosa è stato fatto?
“Per affrontare la crisi sono state tagliate le risorse. Anche alla scuola. Invece si doveva fare in un modo completamente diverso. Visto che c’è la crisi, allora si deve investire su tutte le strutture che permettono di superarla. E la scuola, la pubblica istruzione è una di queste”.
Quali sono i temi che il governo deve affrontare nell’immediato per far ripartire la scuola?
“Uno è la centralità della scuola. La scuola deve tornare ad essere al centro del dibattito e degli interventi pubblici. Bisognerebbe poi intervenire sull’insegnamento. Un tempo si diceva che l’Italia era l’unico paese al mondo dove un ingegnere conosceva Dante. Per dire che esisteva la specializzazione e una formazione che dava a tutti un minimo comune denominatore per formare spirito critico, coscienza e consapevolezza. Invece da molti anni a questa parte, il minimo comune denominatore è difficilmente rintracciabile e i percorsi specialistici iniziano molto prima…”
E questo per lei che rischio comporta?
“L’assenza di coscienza critica. La scuola deve formare studenti e innanzitutto cittadini. Prima ancora che lavoratori. Cittadini consapevoli che possano avvalersi dei priori diritti…”
… il tessuto sociale di una democrazia.
“Certo. Inoltre, questa eccessiva specializzazione non fa i conti con un mondo che cambia in maniera siderale e che il 70% dei bambini che vanno a scuola tra 10 anni faranno un lavoro che oggi non esiste. Cambiamenti così veloci che necessiterebbero di un vero e proprio ripensamento del sistema educativo. Se io forma una persona a fare una cosa ma questa cosa tra 10 anni non la fa più una persona ma una macchina oppure di quella cosa non c’è proprio più bisogna, vuol dire che va evitata l’iperspecializzazione a scapito di una cultura generale che è quella che poi ti serve per adattarti al mondo che cambia. Purtroppo queste cose che ci stiamo dicendo non fanno parte del dibattito pubblico”.
Daniele Camilli
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