Viterbo – Risultati negativi, in fatto di numeri, per quasi tutte le raccolte. Produzioni messe a dura prova dal continuo e disastroso cambiamento climatico. Danni da fauna selvatica. E poi la discussione sull’utilizzo dei fitofarmaci e la possibilità (o meglio il rischio) che a Tarquinia venga costruito un inceneritore.
Con tutto questo, e non solo, ha dovuto fare i conti nel 2019 la Confagricoltura nella persona del suo presidente Remo Parenti. E con tutto questo, e non solo, dovrà confrontarsi di nuovo nel 2020.
Ma la qualità, specie di alcune eccellenze della Tuscia, è inarrivabile.
Presidente Parenti ci può tracciare un bilancio del 2019?
“Il bilancio dell’agricoltura del 2019 è stato pesantemente condizionato dal costante cambiamento climatico al quale stiamo tutti assistendo. La siccità in primavera, poi settimane di pioggia torrenziale, un’estate con picchi estremi di caldo e umidità e un autunno che in pratica si è spostato di due mesi ed è stato più piovoso che mai. Basti pensare che in tutto l’anno sono caduti più di mille millimetri di acqua, 400 dei quali soltanto tra novembre e dicembre. Solo se gli agricoltori prendono atto di questa situazione critica riusciranno a salvarsi e ad andare avanti”.
Cosa dovrebbero fare allora gli agricoltori per affrontare il problema e tentare di dominarlo il più possibile?
“La prima cosa è proteggere il terreno dai cambiamenti climatici. La conservazione del suolo è fondamentale e le lavorazioni e le operazioni colturali si devono organizzare di conseguenza. Le semine, ad esempio, dovrebbero essere fatte nei momenti meno piovosi e mai troppo in profondità. Ciò che finora andava seminato in autunno va posticipato, probabilmente di un paio di mesi circa, dopo i periodi di piogge frequenti. Mentre il terreno è preferibile non lavorarlo quasi per niente, come si fa in Val Padana e nelle grandi pianure del Centro America. Poi, ma questo è più complesso e difficile da organizzare in poco tempo, si deve trovare il modo di creare dei bacini per farvi confluire l’acqua piovana che nei periodi di forti acquazzoni scorre via impetuosa al mare, per poi riutilizzarla per irrigare. Insomma una serie di piccoli accorgimenti che possono evitare grandi disastri alle colture”.
Tornando alle produzioni, quali sono i numeri del 2019 per quanto riguarda le colture nel Viterbese?
“Purtroppo, come già detto, registriamo cali in ogni settore. Le nocciole sono andate giù del 50% con qualche resa migliore nella zona di Ronciglione e una perdita invece piuttosto forte nella Valle del Tevere. La produzione dei cereali è stata medio bassa. In Maremma le cose sono andate un po’ meglio delle altre zone con l’orzo e il grano tenero che trainano il settore, mentre il grano duro ha fatto più fatica. Le castagne e i marroni, invece, sono finalmente in ripresa rispetto agli scorsi anni. Possiamo dire che dopo dieci anni dal proliferare del cinipide ora le cose vanno meglio. Le piante sono però ancora molto deboli, ma il Torymus (l’agente biologico che contrasta il cinipide ndr) sta facendo i suoi effetti. Restano però anche per le castagne i danni dovuti al cambiamento climatico probabilmente accentuato dal fatto che le piante sono deboli in partenza”.
E i due nettari locali d’eccellenza, olio e vino, come sono andati?
“Le uve si sono “fermate” a circa un -30%, compensato però da un’ottima qualità del vino della Tuscia che, anno dopo anno, si sta facendo spazio in Italia e all’estero sul piano commerciale. Finalmente il mondo si sta accorgendo di quanto valgono i nostri vini. Anche l’olio, stando ai numeri, è in perdita del 30-50% con una stranissima situazione a macchia di leopardo: ci sono stati alcuni terreni in cui la produzione è stata piena e altri, magari ad appena due chilometri di distanza, quasi a secco. Molto ha influito senza dubbio la gelata dello scorso febbraio. La qualità, comunque, è sempre eccellente, al punto che davvero, ormai, definire il nostro olio “solo” extravergine è fin troppo poco”.
Su tutto questo, che si tratti di colture o di allevamenti, incombono i danni da fauna selvatica. Cosa è stato fatto e quanto è ancora preoccupante?
“I danni da fauna selvatica sono un enorme problema che è sempre in crescita. Il cinghiale, che è quello che crea più conseguenze disastrose, peggiora ogni anno in maniera esponenziale. Gli incidenti aumentano, gli agricoltori hanno paura di andare in mezzo ai loro campi per il rischio di essere aggrediti. Servono soluzioni concrete che non stanno arrivando. Serve buonsenso e una programmazione degli interventi di cattura o abbattimento. Non parliamo poi del risarcimento a chi ha subìto danni: siamo ancora in attesa di incassare i soldi del 2014”.
Un altro tema scottante che ha animato i dibattiti del mondo agricolo è quello sui fitofarmaci. Fanno bene o fanno male alle coltivazioni? Si è arrivati a un punto d’incontro?
“Sui fitofarmaci devo dire che la situazione stava sfuggendo di mano. Io, per conto di Confagricoltura, ho provato pormi da mediatore parlando con tutti: con i sindaci dei territori interessati, con il presidente del biodistretto Famiano Crucianelli, con gli stessi imprenditori agricoli. Ora mi pare che si sia imboccata la giusta direzione. Basta con la contrapposizione netta tra ambientalisti e agricoltori. Non è una guerra, non servono barricate, serve, invece, una via di incontro, una sintesi”.
Poi, anche se al momento si tratta solo di un progetto, c’è all’orizzonte la costruzione di un inceneritore a Tarquinia. Come accogliete questa possibilità?
“Un inceneritore non può essere certo visto come un’opera positiva. Le polveri cadrebbero nelle prossimità del sito e ce le ritroveremmo tutte nelle nostre colture. Il fatto è che dovremmo tutti provare a impegnarci e a lavorare affinché ci sia davvero un’economia circolare. Si deve cambiare paradigma, si deve riciclare il più possibile e produrre meno immondizia. Altrimenti tutto sarà un’immondizia”.
Insomma i problemi cui la categoria deve fare fronte sono molteplici. La politica vi è d’aiuto?
“Devo dire che finalmente a mio parere sì. Il ministro Bellanova, accolta subito dopo la sua nomina da una serie di sterili e stupide polemiche sul suo aspetto fisico e sul suo modo di vestire, si sta dimostrando molto competente. Non avrà titoli universitari, ma questo nel suo caso è anche un valore aggiunto: si vede che è stata dall’altra parte della barricata. Lei sì che ha vissuto l’agricoltura. E le decisione che prende lo confermano”.
Francesca Buzzi
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