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Il giornale di mezzanotte - Viterbo - Massimo Mecarini, santa Rosa e la macchina: una storia d'amore dal '79 - Il messaggio ai facchini e alla città: "Teniamo duro" - VIDEOINTERVISTA DI CARLO GALEOTTI

“Avremmo dedicato il trasporto alle vittime del Covid…”

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Trasporto macchina di Santa Rosa - Il presidente del Sodalizio Massimo Mecarini

Trasporto macchina di Santa Rosa – Il presidente del Sodalizio Massimo Mecarini

Viterbo – “Avremmo dedicato il trasporto ai facchini scomparsi quest’anno, a Contaldo Cesarini e alle vittime del Covid”. Massimo Mecarini, presidente del sodalizio dei facchini, parla di questa santa Rosa “strana”. Senza macchina. Senza trasporto. Solo chi ha vissuto la guerra ricorda una situazione del genere.

La macchina non passerà. Come vivi questo momento. Quali sono i tuoi sentimenti, speranze, paure?
“È una situazione particolare, strana, che nessuno di noi aveva mai vissuto. Dato che i mancati trasporti risalgono al secondo conflitto mondiale, nessuno di noi può ricordarsene. Certo, c’è molto dispiacere per non poter fare il trasporto, ma c’è anche tanta consapevolezza che le emergenze sanitarie sono più importanti di tutto il resto e quindi bisogna accettare la realtà”. 

Da quanti anni sei facchino? Che significa oggi, con la tua età, la tua consapevolezza e il tuo ruolo, essere facchino?
“Io sono diventato facchino nel 1979. Ho esordito con Spirale di Fede, quindi quella è una macchina che è nel mio cuore. La mia vocazione è nata da piccolo. Io non ho precedenti o tradizioni familiari, è stata una mia volontà. Da piccolo avrei voluto fare il facchino e da grande ci sono riuscito. Essere facchino oggi significa rappresentare la viterbesità, una tradizione molto forte e radicata nel territorio, conosciuta in tutto il mondo, grazie anche all’ingresso nelle liste Unesco della nostra bellissima festa. È chiaro che la componente di fede è importante, lo è stata sempre, lo era allora e lo è adesso, insieme a quella della tradizione. Sono componenti che spingono ancora molti ragazzi a diventare facchini”. 

Hai portato Spirale di fede, quindi hai fatto anche il trasporto davanti a Giovanni Paolo II, sotto la pioggia. Un trasporto straordinario. Un ricordo di quel papa  e di quell’incontro. 
“I trasporti straordinari sono stati due. Nell’83, per il 750esimo anniversario della nascita di santa Rosa, e nell’84, il 27 maggio, per la visita pastorale di Giovanni Paolo II. È stata una giornata veramente memorabile sotto tutti i punti di vista. Anche quello climatico, come ricordavi: sotto una pioggia battente abbiamo fatto la sfilata nel pomeriggio e siamo partiti da san Sisto intorno alle 9. La cosa più particolare che ricordo è che, arrivati a piazza del Comune, la pioggia ha smesso di cadere e si è affacciato Giovanni Paolo II. Poi c’è stato l’aneddoto santa Rita – santa Rosa che un po’ ha smorzato la carica di tensione. Ci ha reso la misura dell’umanità di questa persona che, rompendo ogni vincolo protocollare, è scesa giù e ci ha salutati uno a uno”. 

Il papa sollevò il pugno e disse: “Perché i facchini sono uomini forti!”. E lì si capiva che questo papa era uno che comunicava a 360 gradi. Entrava subito in sintonia. Dava anche la sensazione che sapesse cos’era la fatica. 
“Sicuramente lo sapeva, visti i suoi trascorsi. Un grandissimo comunicatore”. 

Cos’è la macchina di santa Rosa per Mecarini?
“È una domanda importante, non basterebbe una sola risposta. È l’appuntamento di tutti i giorni, quest’anno un po’ meno perché purtroppo abbiamo saputo da subito che non ci sarebbe stato il trasporto, anche se la speranza c’era fino all’ultimo, finché non c’è stata la proroga dell’emergenza. È una cosa che sta dentro ogni facchino e dentro ogni viterbese che sente questa festa. Ed è un aspetto fondamentale della vita di ognuno di noi, impegnativo sicuramente, ma dà anche grande soddisfazione”. 

Noi giornalisti dicevamo che Nello Celestini aveva una religione “rosacentrica”. Tu che rapporto hai con la santa?
“Una santa bambina alla quale penso spesso, perché Rosina è nel cuore di tutti noi. A volte la invoco: ‘Rosina mia pensaci tu’. Anche in questi mesi di sofferenza, di lockdown, ho visto sui social molte invocazioni a santa Rosa. Sicuramente farà del suo anche per farci trascorrere questo 3 settembre particolare nella maniera più giusta”. 

Tu hai iniziato a fare il facchino con Nello Celestini. Una delle figure gigantesche della tradizione. 
“Io di Nello posso dire tantissime cose. Mi ha tenuto in braccio da piccolo e questa è una cosa che dico sempre. È il capo facchino, il presidente del sodalizio, il grande leader che nessuno mai potrà eguagliare. Un po’ ci si avvicina Sandro, questo bisogna dirlo. Anche Lorenzo. Per fare il capofacchino ci vuole carisma. Mi ricordo di Nello un particolare di quando ero piccolo. Eravamo al mare e facevamo una battuta di pesca con la rete, io avrò avuto quattro anni. Con lui, da leader, abbiamo pescato questo pesce che poi abbiamo mangiato tutti insieme. Questo è il primo ricordo che ho di Nello Celestini. Un uomo imparagonabile”. 

Nello risolse anche uno dei momenti più drammatici della macchina di santa Rosa davanti al santuario. Ci ricordi questo episodio? 
“Non me lo potrei ricordare meglio perché, essendo ciuffo in sesta fila… avevamo portato quella mole imponente di Armonia celeste al suo esordio, che era una macchina che non si sapeva né quanto fosse alta, né quanto pesasse e subito ci eravamo accorti che aveva delle grosse difficoltà, però la formazione di quell’anno – come tutti gli anni successivi – era veramente forte. Siamo riusciti ad arrivare fino a piazza del Teatro quasi indenni, ma con una fatica enorme perché la macchina pesava tantissimo. Pensavamo tutti che facendo la salita tutto sarebbe finito: la salita sembra la parte ‘meno faticosa’ perché ci sono le corde e le leve, quindi quelli che stanno sotto diciamo che faticano un po’ di meno. A piazza del Teatro non riuscivamo a far entrare i cavalletti sotto: eravamo piegati dalla stanchezza. Abbiamo dovuto fare un ulteriore piccolo ‘sollevate e fermi’ per far entrare i cavalletti e posare la macchina. Partiamo per la salita e, nonostante le corde e le leve, si sentiva che qualcosa non andava. Poi è successo quello che è successo: la sbandata verso la basilica e la macchina che è rimasta pencolante verso quella parte. Siamo riusciti a raddrizzarla: è intervenuto Nello Celestini che ha preso il comando della situazione, la macchina si è spostata tutta dall’altra parte. Noi stavamo tutti sotto, ovviamente senza la benché minima possibilità di muoverci. Dopo tante peripezie e sforzi, siamo riusciti a rimetterla dritta e l’abbiamo posata, sempre sotto il comando di Nello, però la santa dava la schiena alla basilica e non potevamo lasciarla così. Allora Nello dice: ‘Ragà tocca girà ‘sta macchina’. Quindi riprendiamo la macchina, un nuovo ‘sollevate e fermi’, giriamo la macchina, la posiamo e finalmente usciamo”. 

I momenti più emozionanti del trasporto… 
“Domanda anche questa difficilissima: il trasporto è tutta un’emozione, non c’è un pezzo in cui l’emozione viene meno o è maggiore. Possiamo dire che la mossa, parafrasando un po’ il palio di Siena, quindi il primo ‘sollevate e fermi’, a san Sisto, è bello perché vedi la macchina che schizza sotto al capannone al comando del capo facchino e lì ti porti dietro tutte le emozioni di un anno, le aspettative, i sacrifici, il lavoro svolto fino a quel momento, poi l’imponderabile è sempre dietro l’angolo. Quello è uno dei momenti più belli. Altri sono le girate, meravigliose; da facchino la girata è una fatica ulteriore, arrivati a piazza del Comune. Il Corso: si sa che vengono meno le spallette aggiuntive e quindi la fatica è ancora maggiore perché si passa nei punti più stretti dove addirittura le spallette fisse devono mettere la testa sotto e lì, quando lasciano il peso, si sente”. 

Il momento più pericoloso?
“Tutto il trasporto”. 

Al Corso mette impressione…
“Le guide, che sono ormai espertissime, sanno dove mettere le mani nei punti cruciali. Sanno come girare la macchina affinché non strusci, perché la strusciata è considerata un disonore, anche se prima si ripeteva spesso. E si sente la strusciata: quando la macchina tocca da qualche parte si sente. Anche le persone che toccano con le mani si sentono. Un altro momento bellissimo è quello del ‘calate adagio’ a largo Facchini di santa Rosa: lo voglio ricordare perché diciamo tutti ‘il sagrato’, ma quella piazzetta si chiama largo Facchini di santa Rosa, c’è chi si è battuto per questo, quindi va almeno citato. Quando c’è il ‘calate adagio’ esplode la gioia, l’entusiasmo…”. 

Ci innaffiate tutte le macchinette fotografiche…
“Innaffiamo tutte le macchinette, danni a non finire… E vabbè, ci sta pure quello”.

La macchina di santa Rosa quest’anno non passa, che significa per te, per uno che ha voluto fare il facchino fin da bambino? Per me è la prima volta. E anche per te.
“Nel ’67 ha fatto meno della metà del percorso, fino a via Cavour. Però è partita, ha fatto la fermata a piazza Fontana grande, i facchini hanno sfilato fino a santa Rosa, magari qualche fischio c’è stato di qualche ingeneroso. Ma questa, come diciamo spesso, è una cosa particolare, una sensazione veramente strana. Che non ci sia il trasporto, non vedere la macchina che sfila…”. 

Non possiamo dire nemmeno “dopo santa Rosa”…
“No. Santa Rosa c’è il 4 settembre. Però la macchina no… quest’anno non ci sarà né il prima né il dopo. È strano… però ripeto: c’è anche tanta consapevolezza”. 

Ti sei sentito con gli altri capi della Rete delle grandi macchine a spalla? 
“Certo, siamo in contatto continuo”. 

Come la vivono loro questa situazione?
“È tutta una grande amarezza. Gubbio, anche se non fa parte della Rete, ma comunque in qualche modo ci sta. Nola: lì è una festa talmente gioiosa, gli amici di Nola stanno soffrendo moltissimo. Così come gli amici di Sassari, che ho sentito e sento spesso. Hanno fatto qualcosa dentro la chiesa, hanno sciolto il patto di devozione, c’è stato anche un filmato che abbiamo condiviso, però… non è la faradda. Non è la ballata dei gigli. Non sarà il trasporto di santa Rosa. Non sarà la discesa della varia di Palmi”. 

Un messaggio alla città, quest’anno che non potrete entrare in contatto con i viterbesi. Perché la sera di santa Rosa i facchini sono protagonisti ed entrano in una sintonia stranissima con la città. Straordinaria, più che strana. 
“Come dico sempre io e, come diciamo tutti, quella sera siamo tutti facchini: quelli che la portano, quelli che stanno assiepati nelle strade e che gioiscono e soffrono con i facchini, perché si sente molto forte la partecipazione della gente ed è quello che ti dà maggior carica. Il messaggio alla città è quello di speranza e di una promessa che l’anno prossimo, fatte salve le condizioni ovviamente sanitarie, di rinnovare questa tradizione nella maniera più bella possibile”. 

E invece un messaggio ai facchini? Tu sei il presidente del sodalizio. Negli anni hai fatto tanti discorsi di fronte ai facchini. Che gli dici quest’anno che gli incontri veri non ci saranno?
“La stessa cosa: teniamo duro. Teniamo duro con la speranza e la promessa che l’anno prossimo ci sarà un trasporto bellissimo. Magari due”.

Avevate già deciso di dedicare il trasporto a qualcuno o a qualcosa?
“Di solito dedichiamo il trasporto ai facchini scomparsi nel corso dell’anno. I facchini ma anche, un nome su tutti, Contaldo Cesarini, per la girata o le girate. Il trasporto sicuramente l’avremmo dedicato alle vittime del Covid”.  

Dall’intervista video di Carlo Galeotti


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23 agosto, 2020

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