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Il giornale di mezzanotte - Viterbo - Il rituale segreto svelato per la prima volta dal capofacchino Sandro Rossi in una intervista emozionante e densa di commozione - VIDEOINTERVISTA DI CARLO GALEOTTI

“Ogni 2 settembre resto a casa a parlare con santa Rosa…”

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Viterbo - Santa Rosa - Il capo facchino Sandro Rossi

Viterbo – Santa Rosa – Il capo facchino Sandro Rossi

Viterbo – “Ogni 2 settembre resto a casa da solo a parlare con santa Rosa. Lei non mi dice nulla, annuisce soltanto. Da lì capisco se quello che sto dicendo va bene o no”. Sandro Rossi ha un rituale segreto prima di ogni trasporto: un dialogo con la santa del suo cuore. Un segreto molto intimo che svela per la prima volta. Lui le parla. Lei ascolta, ma è come se sapesse indicargli la strada. Un po’ quello che lo stesso Rossi cerca di fare con i facchini. 

Quando si pensa alla macchina di santa Rosa viene in mente la prestanza fisica: forza di braccia e spalle per un peso sovrumano. 

Ma c’è un’altra potenza indispensabile: la voce del capo facchino. Per chi è sotto la macchina e non vede nulla, quella voce diventa sguardo, visione, direzione: un super sesto senso vincente sulla fatica che annebbia la vista, indicando il tragitto. Una magia che, quest’anno, non si ripeterà. 

Come stai vivendo questo momento prima del non passaggio della macchina di santa Rosa?
“È una situazione anomala, mai vissuta, quindi ogni giorno è un assaporare sentimenti diversi. Man mano che ci si avvicina al 3 settembre c’è sempre più la consapevolezza che questo trasporto non si farà. La città in questi giorni cominciava a trasformarsi: gente, riunioni, incontri, cene in piazza. Non vedere tutto questo mette un po’ di tristezza”. 

Da quanti anni sei facchino? 
“Quaranta”. 

Cosa ha voluto dire essere capo facchino?
“È una responsabilità grande, che si assume un facchino dopo vent’anni che porta la macchina. Deve avere il consenso degli altri e la loro massima fiducia. È una persona che dà ordini in tutti i momenti cruciali del trasporto. La sua parola dev’essere sempre ferma, decisa, mai un attimo di smarrimento: deve guidare chi, da sotto la macchina, non vede nulla. Più i facchini sentono la voce del capo forte e sicura, più prendono la carica. La cosa più difficile è avere il consenso e la fiducia dei facchini”. 

Che cos’è oggi la macchina di santa Rosa e che cos’era per Rossi bambino?
“Qualcosa di magico. La vedevo a piazza Fontana grande, la prima volta avevo sei anni: ero al sagrato, a largo Facchini di santa Rosa, tra un fiume di gente. I miei genitori mi stavano cercando per tutta Viterbo. Rimasi esterrefatto, ammaliato, sconcertato. Seguii il flusso della folla fino al sagrato e solo lì mi resi conto che i miei mi cercavano e che avevo combinato qualcosa di grosso. Di corsa tornai a casa. Il mio babbo era alla caserma dei carabinieri di via della Pace a cercarmi”.

Che macchina era la prima che hai visto?
“Quella di Zucchi, Volo d’angeli. I facchini non si distinguevano, le luci erano poche, soffuse, praticamente solo candele, quindi si vedeva quest’enorme massa di persone vestite di bianco e non si distinguevano i volti. Era qualcosa di inquietante, che non riuscivi a capire, nell’attimo in cui ti passava davanti. Poi piano piano, negli anni, ci siamo perfezionati: ci sono molte più luci, è tutto più percepibile”. 

Dov’eri quando Volo d’angeli si è fermata in via Cavour?
“A piazza Fontana grande. L’ho vista passare e subito dopo si è fermata”.

Avresti mai immaginato di diventare capofacchino? Quando l’hai capito?
“No. Non lo si decide. Devi essere consapevole che la gente che hai intorno si fidi di te e capire anche che tipo di fiducia ripone in te. La scelta è stata mia ma, al tempo stesso, corale, anche delle persone che mi stavano vicino. Mi hanno detto ‘sì, provaci e vedrai che avrai il consenso’. E così fu. Non lo si può decidere a prescindere”.  

Mi viene in mente un episodio significativo di questo rapporto di fiducia di cui parli. Facevo il giornalista a Viterbo, passo per il corso e Lorenzo Celestini mi dice “Ho litigato con i facchini”. Mancava una settimana al trasporto. Lo intervisto. Qualche giorno dopo c’è stata la riunione in sala regia. Si è capito che si sarebbe portata la macchina solo quando Lorenzo si è alzato in piedi e ha detto: “Siete tutti con me?”. I facchini, a loro volta, si sono alzati e hanno gridato: “Sì!”. Lorenzo mi ha guardato come per dire: “Allora il trasporto si fa”. 
“È proprio questo. La fiducia dei facchini nel capo è fondamentale. Si vivono brutti momenti in cui c’è da soffrire, quando la macchina, spostandosi, va sulle spalle di poche persone. Lì, in particolare, è necessario che i facchini ascoltino la mia voce. Quando sentivamo forte la voce di Nello significava che dovevamo dare qualcosa in più. È come una specie di allarme, una voce-sentinella: quando cambia, i facchini devono aumentare lo sforzo”. 

Non ricordo se fosse Zucchi: c’era anche chi chiamava le file.
“Sì, i capi facchini lo fanno un po’ tutti. Se conosci il trasporto sai su quali file va il peso della macchina e, quindi, sai chi spronare”. 

Qual è tuo rapporto con la santa?
“È una passione nata da bambino. È inspiegabile come uno diventi grande e abbia sempre santa Rosa dentro. È stata un punto di riferimento fin da piccolo. All’epoca non c’erano le tante minimacchine che ci sono adesso, quindi in molti non hanno potuto iniziare a vivere la festa un po’ prima e in prima persona. Però ce l’ho avuta sempre nel cuore. Finché a ventun anni non ho fatto la prova”. 

Un aneddoto intimo, segreto e tuo che tieni dentro di te, riguardo alla santa e alla macchina. 
“All’avvicinarsi del trasporto comincia a nascere un rapporto personale con santa Rosa. Inizio a parlarle. Lei non mi parla, annuisce soltanto, ma da lì capisco se quello che dico è giusto o se non va bene. Da quando sono capo facchino, il 2 settembre non vado in processione, tranne rare eccezioni. Resto tutto il giorno a casa a parlare con santa Rosa. Parlo del trasporto, dei facchini, le dico un po’ di tutto, esco solo la sera. C’è questo rapporto personale in cui riusciamo a comunicare. Sembrerà strano, un po’ da matti forse, però è così e così ve lo racconto. Ognuno pensi quello che vuole”.  

Quali sono i momenti più emozionanti del trasporto per il capofacchino?
“Quando andiamo a prendere la macchina, la tensione che percepisco in tutti i facchini. Questa incertezza che hanno, in me deve scivolare via: non bisogna mostrarsi deboli. Loro prendono forza dall’atteggiamento che assumo io. Magari faccio passare le file, li guardo negli occhi, gli do una pacca sulle spalle. In questo modo, li vedo prendere forza e coraggio e cancello le loro preoccupazioni. Ecco perché il compito è particolare. Non si tratta solo di guidare la macchina, quello può farlo chiunque: sono quattro comandi. La vera funzione del capo facchino è instaurare un rapporto in cui ci si capisce con gli occhi. Ai facchini dico sempre che mi devono guardare negli occhi, specie in certi momenti. Un’intesa che diventa evidente quando si porta la macchina”. 

Quali sono i momenti tecnicamente più difficili?
“Il primo tratto sempre, perché è passato un anno dall’ultimo trasporto e ci siamo quasi dimenticati com’è. In più siamo in discesa, a passo veloce. Quelli dietro si devono affrettare, perché sono più bassini e non arrivano alle falcate di chi sta davanti. L’effetto del passo svelto è che la macchina inizia a ballare sulle spalle e si vedono le file che si abbassano. Arrivati a Fontana grande, il più è fatto: hanno ripreso tutti confidenza con la macchina, sanno che cos’è e da lì si va avanti più sereni”.

Dato che quest’anno non lo vivremo, puoi dirci cosa accade di magico tra piazza del Teatro e il sagrato? Dopo la salita a passo di corsa vi aspettano i vostri familiari. Una delle cose che voi capi facchini dite, a piazza del Teatro, è “sapete su chi ci aspetta? Le nostre famiglie”…
“La salita è la conclusione di tutta la festa. Sappiamo che siamo arrivati alla fine e serve la forza di tutti per portarla su, dal primo all’ultimo. Le leve e le corde, inutilizzate per tutto il trasporto, devono intervenire in questo tratto determinante, altrimenti la macchina non va su. In genere ci vanno i giovani nuovi facchini, che hanno le pile più cariche: si cerca di trasformarli in ruspe da traino per quella salita. Prima di partire parlo con le leve, una specie di riunione prima della carica: dopo le parole di incitamento si vede dagli occhi che si trasformano in altre persone e sono pronti. Subito dopo il via, mi sale il magone a girarmi e guardare la salita: c’è un po’ di timore che, però, svanisce presto. Quando ci avviamo all’ultimo tratto velocemente, dopo le prime falcate con andatura normale, è già passato tutto: si corre soltanto fino alla meta. Gli occhi sulla folla non li poso mai, perché ho così tante cose da controllare e vedere… ma sicuramente vedersi la macchina venire incontro sarà uno spettacolo meraviglioso. Chi è al sagrato vede qualcosa di inimmaginabile. Non è però tra i pezzi più difficili del trasporto: c’è un’intesa tra tutta la squadra che non lo rende tra i momenti più impegnativi”.

Quando sai che è tutto finito? C’è stata una volta in cui il trasporto, benché si fosse alla salita, era tutt’altro che terminato… Nello Celestini prese il controllo, da capofacchino, e riuscì a rimettere in equilibrio la macchina, pericolosamente sbilanciata verso il santuario. Tu c’eri. 
“Dopo l’esperienza di quell’anno c’è un attimo di tensione quando arriviamo su. Proprio perché, a fine salita, la macchina, quell’anno, si piegò. Quindi, appena terminiamo questo tratto, aspettiamo un momento che la macchina stia in piano, in modo da non inclinarsi verso le scale del santuario, come successe quella volta. A quel punto possiamo dire che è finita”. 

Qual è il rapporto tra capo facchino e facchini? 
“Nel quotidiano è franco e amichevole. Non si guarda all’età. Ci si dà tutti del tu, si scherza, si gioca. Ma loro sanno che, quando si lavora per il trasporto, io mi trasformo in un’altra persona: esigo che mi stiano a sentire in silenzio e che facciano esattamente quello che gli viene detto, né meno, né più”.

Sei orgoglioso di tuo figlio che fa il facchino?
“Certo. Dieci anni fa è entrato ed è l’orgoglio di tutta la famiglia. Continua la tradizione”.

Che significa per te il fatto che, quest’anno, la macchina non passi?
“Mette tristezza. Non solo a me: tutta la città è come spenta. Non ci si incontra con la gente, non c’è quel sorriso, quell’aspettativa del 3, le minimacchine. Una serie di eventi che quest’anno vengono a mancare, generando una tristezza collettiva”. 

Un messaggio ai viterbesi per quest’anno che passerà alla storia. 
“Siamo tutti consapevoli che sia una cosa brutta, mai l’avremmo pensata, né è facile accettarlo, non solo per i facchini, anche per Viterbo: chi è nato qui sa che, prima del 3 e durante, si vivono sensazioni particolari, ripetibili solo una volta all’anno, perciò rimandare all’anno prossimo è un sacrificio in più che santa Rosa ci chiede e che faremo. È un dispiacere anche per i bambini che non potranno portare le minimacchine”. 

Cosa dirai quest’anno ai facchini?
“Tenete duro. Non è la fine, è l’inizio di una stagione migliore, sperando che il comune questo trasporto ce lo faccia recuperare”. 

Sei anche tu per un doppio trasporto nel 2021?
“Se c’è l’occasione di invitare qualche personalità importante noi siamo disponibili a un trasporto straordinario. Questo porterebbe fiducia, gioia, movimento in città. Santa Rosa non è la festa dei facchini, è la festa di tutta la città, di tutta la provincia e di tutti coloro che credono in lei. Parliamo, quindi, di una miriade di persone che magari non conosciamo nemmeno, ma ci seguono da lontano. E quando passa la macchina sentono questa miscela di emozioni che a parole non si può spiegare”.

Dall’intervista video di Carlo Galeotti


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24 agosto, 2020

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