Viterbo – In bilico tra libertà e restrizioni, tra riaperture e lockdown, il 2020 passerà alla storia come l’anno del Coronavirus. Una pandemia che ha colpito il mondo intero, lasciando dietro di sé morti, insicurezze e nuove abitudini.
Con un ciclo di interviste, Tusciaweb propone un’istantanea di ciò che è stato e ciò che sarà, attraverso le parole e gli occhi di grandi personaggi pubblici.
Alfonso Antoniozzi è un baritono e regista italiano. Dopo gli studi classici, viene ammesso al conservatorio di Santa Cecilia, che presto abbandona per proseguire privatamente la sua formazione con il baritono Sesto Bruscantini. La sua carriera lo porta a cantare nei più prestigiosi teatri italiani e stranieri, dove è interprete di tutti i principali ruoli di “buffo” ma anche di titoli d’opera moderna e contemporanea e d’operetta. Nel 1993 debutta al Teatro alla Scala come Schaunard ne La bohème nello storico allestimento di Franco Zeffirelli sotto la bacchetta di Gianandrea Gavazzeni e resta ininterrottamente sul palco meneghino fino ai primi anni duemila. Dal 2008 affianca alla sua carriera di cantante quella di regista. Antoniozzi insegna ai corsi di alta formazione dell’As.Li.Co ed è stato più volte docente ospite della scuola dell’Opera di Bologna e dell’accademia del Maggio Musicale Fiorentino. È insegnante di Teoria e Tecnica dell’Intepretazione Scenica presso i conservatori di Cagliari e Cesena. Nel dicembre 2019 interpreta il sagrestano in “Tosca”, spettacolo che apre la stagione del Teatro alla Scala di Milano.
Antoniozzi, come ha vissuto il lockdown di marzo e le successive restrizioni regionali? Ha avuto esperienze dirette con il Covid?
“Non ho contratto il Covid e, durante il lockdown di marzo, non ho avuto alcun contatto diretto con quello che stava accadendo. È venuta a mancare una persona che conoscevo bene, un segretario artistico del teatro La Scala di Milano, giovane per altro, ma per il resto, ho sempre percepito la situazione attraverso le esperienze e i racconti di terzi e attraverso quello che leggevo dalle pagine dei giornali. La seconda ondata, invece, è stata diversa. Mi ha colpito in maniera decisamente più incisiva e diretta. Hanno contratto il virus miei amici fraterni e un mio cugino acquisito ha perso la vita. Era anziano, ma questo non giustifica la sua scomparsa. Già dalla morte del mio amico di Milano, comunque, abbiamo capito tutti – almeno noi del mestiere, almeno noi del teatro – quale fosse la gravità della faccenda; lo avevamo visto per l’inaugurazione della Scala il 7 dicembre dello scorso anno e dopo poco non c’era più. È stata una delle prime vittime del Covid a Milano. La sua morte ci ha immediatamente fatto capire quanto la situazione fosse reale. Dopo il lungo lockdown, che ho vissuto in casa, questa estate sono riuscito a lavorare. E mi ritengo fortunato, ho fatto parte di quella ristretta élite di colleghi che è riuscita a farlo, ho portato a termine tre spettacoli. Tutti nel rispetto delle norme anti contagio. Ci siamo sottoposti a test prima e durante gli spettacoli, abbiamo indossato mascherine e rispettato il distanziamento sociale tra il pubblico e tra noi sul palco. Eravamo consapevoli che non potevamo passarci un foglio di carta, non potevamo toccarci o abbracciarci. Ma il teatro è invenzione ed è questa la sua fortuna più grande. Così ci siamo inventati e reinventati, facendo ciò che era nelle nostre possibilità”.
Resta un po’ di amaro, però….
“Sì, perché da una parte c’eravamo noi che, in silenzio, tenevamo conto di tutte le precauzioni del caso per l’amore e il rispetto del teatro, dello spettacolo e del nostro pubblico, dall’altra sentivamo le casse delle discoteche pompare a tutto volume le hit dell’estate e questo non faceva presagire nulla di buono. Sono stati applicati, secondo me, due pesi e due misure e i controlli sono stati laschi”.
Con la pandemia, secondo lei, è nata una nuova normalità? Come si immagina il futuro? Riesce ancora a farlo?
“Se non riuscissi a immaginarmi un futuro, sarei già morto. Ciò che secondo me però non è possibile fare è immaginare un domani in cui questi comportamenti, derivati da un’emergenza, diventino la norma. Ed è facile capire il perché: l’uomo è un essere sociale, non c’è niente da fare. Proprio dal punto di vista psicologico, abbiamo bisogno di toccarci, di abbracciarci, abbiamo bisogno di un contatto fisico. Di uscire di casa senza essere immediatamente diffidenti verso il prossimo. Abbiamo bisogno di comportarci esattamente come ci obbliga a non fare questa pandemia. Questa parentesi della storia del mondo è destinata a chiudersi: ogni era si è chiusa. È finita quella dei dinosauri, finirà anche il Covid. Quello che deve rimanere però è un insegnamento da portare con noi per sempre. Anche quando la prossima, non programmabile ma inevitabile pandemia scoppierà: il bene collettivo deve stare al di sopra del bene personale. Se non abbiamo imparato questo allora vorrà dire che non abbiamo imparato nulla”.
Farà il vaccino?
“Assolutamente si, non vedo per quale motivo non farlo”.
Cosa pensa delle teorie negazioniste o complottiste?
“Credo che ci sia un grosso fraintendimento sul concetto di libertà di espressione. È un diritto, che garantisce ad ognuno di esprimere quello che pensa. E ciò è sacrosanto, ma non comporta automaticamente il rispetto per quanto detto. Ciascuno può dire quello che vuole, anche che la terra è piatta: ma non può pretendere il rispetto della propria opinione in nome della libertà di espressione. E questo atteggiamento ci ha portato a dare voce anche a cose che sono smentite categoricamente dall’evidenza. Mi sforzo di ragionare con la mia testa, ho delle perplessità su come sia stata gestita quest’emergenza, ma questo non toglie che l’evidenza è sotto gli occhi di tutti. Ci sono persone che sono morte. Ci sono persone che quotidianamente si infettano. È innegabile”.
Come passerà il Natale?
“Sarò felice di stare con le persone a cui voglio bene e che non necessariamente sono miei famigliari. Non sono uno a cui mancherà il trenino di Capodanno o il cenone affollatissimo. Il mio Natale è sempre stato con sei persone a tavola, a casa mia per la vigilia e a casa di amici per il pranzo e la cena del 25 dicembre. Per scelta sono andato a vivere in campagna, per scelta mi sono isolato: le restrizioni derivate dai vari decreti del presidente del consiglio, a parte privarmi del mio lavoro, hanno confermato che le mie scelte sono sanitariamente corrette. Che il mio stile di vita era quello corretto. Sono un asociale sociale: sto molto bene da solo, ma sono felice di stare con i miei affetti più cari”.
Come giudica l’azione del governo Conte? E Salvini, Meloni e Berlusconi?
“Non so, ma vorrei rispondere con un personalissimo paragone. Ho appena finito di scrivere insieme ad alcuni miei colleghi lo spettacolo di inaugurazione della Scala. Poteva essere migliore? Senza dubbio. Potevamo fare meglio? Senz’altro. Ci sono stati degli errori? Probabilmente si, ma l’alternativa quale era?”.
Lo stato decide per tutti cosa è importante e cosa non lo è. La salute viene prima e prevarica libertà essenziali, tradizioni, economia, cultura…Ma questo non è un embrione di stato etico? Non staremo andando verso la demolizione della società aperta e dello stato di diritto? Quanto si possono comprimere le libertà?
“In un periodo di emergenza credo che le libertà saltino. Se ti devi prendere cura di una nazione, di una comunità, devi farti guidare dall’idea per la quale il bene collettivo è superiore a quello personale. Ovviamente bisogna avere ben chiaro in mente quale sia il bene collettivo, in questo 2020 è fermare una pandemia mondiale”.
Cosa cambierà sul piano economico dopo l’onda d’urto del Covid? Chi pagherà, secondo lei, il prezzo più alto per la crisi?
“I poveri, come sempre. Sono sempre loro a pagare i prezzi più alti. Le persone che già faticavano a mettere insieme il pranzo con la cena. Faccio un esempio. C’è un meccanismo in Italia per cui pare che il “nero” aiuti l’economia. Ammettiamo anche che, allo stato dei fatti, sia davvero così. Ma nel momento in cui si scatena una pandemia, chi è che ci rimette? Proprio quelli che lavorano in nero. E non bisogna pensare che siano tutti professionisti che vogliono evadere le tasse, spesso sono dei poveri disgraziati che non hanno altra scelta se non accettare un impiego senza un contratto, senza contributi, senza garanzie sociali.
L’onda d’urto del Covid ha schiacciato tutto il sommerso non dichiarato. Non solo i medi e grandi evasori per profitto, ma anche i piccoli e medi evasori per necessità. Come accade in alcune compagnie teatrali di modeste dimensioni, dove l’attore viene pagato regolarmente per le giornate di recita, mentre in nero per le giornate di prova. Molto spesso, ragazzi non affermati, che stanno iniziando e hanno bisogno di lavorare, si trovano costretti ad accettare queste condizioni. Il Covid ora li ha messi sul lastrico. Ha messo sul lastrico tutte le persone non regolarizzate. E per questo dovrebbe essere l’opportunità per cominciare a lavorare sul nero e sul sommerso che c’è in questo paese. Se prima si poteva ignorare il problema, ora non è più possibile: il virus te lo ha sbattuto in faccia. Ecco perché, un amministratore intelligente dovrebbe sfruttare questo periodo, in cui per paradosso tutto è lecito, per mettere in campo manovre e misure risolutive”.
Il Covid è una rivincita della natura sulla cultura? È stato una sconfitta della scienza? La tecnologia, soprattutto in occidente e nel nord est asiatico, ci aveva illuso di aver posto una grande barriera culturale tra l’uomo e la natura…
“Bisognerebbe pensare che la natura abbia una forma senziente, che abbia un cervello in grado di articolare e organizzare una vendetta. No, il Covid è il risultato del comportamento degli uomini. Metterla in termini di “rivincita” sembrerebbe che non è responsabilità nostra. Lo è. È il conto che l’ordine delle cose, turbato dall’uomo, ci presenta. È un grosso campanello d’allarme che noi dobbiamo ascoltare. L’uomo non ha tenuto conto dell’equilibrio dell’ecosistema e ha combinato un disastro a cui dovrà mettere mano”.
Cosa rimarrà nella storia? Come sarà il mondo dopo la pandemia? Il Covid può essere considerato uno spartiacque? Uno di quegli avvenimenti per cui – come guerre e grandi scoperte – si crea una netta separazione tra il “prima” e il “dopo”…
“Se la vita dovesse ricominciare esattamente come prima, non avremmo imparato nulla. Dovremmo guardare e imparare dai giapponesi, che indossano sempre le mascherine: è un gesto di cortesia, proprio della loro cultura. Indossano la mascherina se sono raffreddati, ad esempio, per non infettare nessuno. E proprio questo ci dovrebbe aver insegnato il Covid. Un principio costituzionale, e che sta alla base del pensiero di ogni filosofo da Socrate in poi: il bene collettivo è superiore al bene personale. Lo abbiamo imparato? È una mia speranza, ma non credo…
Se usciremo da questo periodo consapevoli che da ogni nostro comportamento dipende il benessere della società, il Covid avrà fatto una magnifica rivoluzione culturale. Altrimenti sarà stato semplicemente un momento di stallo. Mi rendo conto che è un concetto difficile da comprendere in un paese, come l’Italia, in cui è forte il concetto di famiglia e meno forte il concetto di appartenenza allo stato…”.
Come valuta i cambiamenti nel mondo dell’informazione? E in quelli dello spettacolo e della cultura?
“Questa pandemia ha portato al pettine una serie di nodi, che nella quotidianità venivano visti, ma ignorati. Fino a che abbiamo potuto ci siamo arrangiati: è però arrivato un giorno in cui non era più possibile. Parlo della mia categoria, quella degli operatori e dei lavoratori dello spettacolo. Ci siamo resi conto all’improvviso di avere ancora molta strada da fare in quanto a diritti. Di non avere alcuna copertura sociale. Dobbiamo dipendere dall’elemosina dello stato. Abbiamo anche rinunciato a qualsiasi diritto di sfruttamento sulle nostre opere quando vengono digitalizzate o mandate in onda sul piccolo schermo, e quindi non abbiamo neanche la possibilità di incassare i diritti di un loro passaggio televisivo.
Come nel nostro settore sono venute a galla alcune criticità, così anche in altri ambiti si sono palesate situazioni di difficoltà. Mi vengono in mente gli uffici pubblici, paralizzati dall’improvvisa attuazione e attivazione dello smart working. Non c’è mai stata in Italia un’alfabetizzazione digitale dei dipendenti. Nel momento in cui si sono ritrovati a doversi rapportare unicamente con il digitale si è inceppata la macchina.
Il Covid è stata la cartina al tornasole di tutta una serie di problemi. Che sono ora da risolvere. Nel farlo, però, bisogna stare attenti a non snaturare l’essenza della professionalità di ognuno. Tornando al teatro, ad esempio, non possiamo trasformarlo in una Netflix della cultura, come proposto dal ministro Dario Franceschini: è paradossale che il direttore generale dello spettacolo dal vivo sostenga una forma per portarlo dentro casa. Non mi avvento contro questa scelta, sia chiaro. Credo, piuttosto, che debba essere complementare allo spettacolo dal vivo. Altrimenti per il teatro non c’è via di fuga.
Il Covid e l’emergenza sono “crollo” e “opportunità”, ma bisogna tener conto delle specificità e della salvaguardia del prodotto culturale e, nel caso del teatro, della tradizione millenaria. Tutto quello che viene fatto in un periodo di emergenza non può diventare norma…”.
Quale è stata per lei la lezione del Covid?
“Che è sempre bene non essere certi del reddito che pensavi di portare a casa (scherza, ndr). Per il futuro vorrei riuscire a fare come diceva mio nonno: mettere da parte un fondo per i periodi di magra…Ma la lezione più importante che ho portato a casa è stata avere avuto l’opportunità di mettere alla prova una creatività che non credevo di avere. Mi ha stimolato a pensare fuori da uno schema. E a chiedermi: cosa posso fare? E non solo per me, sia chiaro”.
Barbara Bianchi
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