Viterbo – In bilico tra libertà e restrizioni, tra riaperture e lockdown, il 2020 passerà alla storia come l’anno del Coronavirus. Una pandemia che ha colpito il mondo intero, lasciando dietro di sé morti, insicurezze e nuove abitudini.
Con un ciclo di interviste, Tusciaweb propone un’istantanea di ciò che è stato e ciò che sarà, attraverso le parole e gli occhi di grandi personaggi pubblici.
Paolo Crepet è uno psichiatra, sociologo, educatore, saggista e opinionista italiano. Laureato in Medicina e Chirurgia presso l’università di Padova nel 1976 e poi in Sociologia presso l’università di Urbino nel 1980, nel 1985 ottiene la specializzazione in psichiatria presso la clinica psichiatrica dell’università di Padova. I suoi saggi e le sue pubblicazioni lo fanno notare anche da parte del mondo televisivo, a cui Crepet prende parte partecipando ad alcuni famosi talk show, come Porta a Porta, di Bruno Vespa. Tra le sue pubblicazione Cuori violenti. Viaggio nella criminalità giovanile (1995), Voi, noi. Sull’indifferenza di giovani e adulti (2003), La gioia di educare (2008), Impara a essere felice (2013).
Crepet, come ha vissuto il lockdown di marzo e le successive restrizioni regionali? Ha avuto esperienze dirette con il Covid?
“Non ho avuto il Covid, ma persone molto vicino a me lo hanno contratto ed è stata un’esperienza drammatica perché una di loro ora non c’è più. Per il lockdown, invece, è stato diverso: non l’ho vissuto in maniera particolarmente angosciante. Andavamo incontro all’estate, le giornate si allungavano. Credo ci fosse una speranza legata anche ad un fattore climatico. Sapevamo che quell’esperienza sarebbe finita presto, che per noi ci sarebbe stato un secondo tempo. Un secondo tempo che io, però, temevo. Avevo paura che lo avremmo vissuto così come è stato: in maniera assolutamente irresponsabile. Durante l’estate non ho fatto nulla di “pericoloso”, non sono mai stato in luoghi pubblici affollati, e non perché sono ligio alle regole del governo, ma sono un medico e avevo una vaga idea di quello che sarebbe accaduto. Che la seconda ondata ci sarebbe stata non era una possibilità, ma era una certezza. Rimaneva da capire quanto alta sarebbe stata l’onda. Abbiamo fatto in modo che fosse un cavallone…”.
Con la pandemia, secondo lei, è nata una nuova normalità? Come si immagina il futuro? Riesce ancora a farlo?
“Sto cercando di pensare solo al futuro e andare oltre questo periodo: sto scrivendo un libro che guarda al domani e non alla conta dei morti e dei malati che quotidianamente siamo abituati a sentire. Sono stanco dei numeri e credo che sia anche improduttivo.
La visione che, secondo me, viene data di questa pandemia è l’esempio della peggiore medicina organicista che io abbia mai conosciuto. Nei giornali, nelle trasmissioni in tv, vediamo persone che parlano degli esseri umani come una semplice massa di cellule: ma io non sono il mio fegato, non sono i miei polmoni. Tutta questa cosa viene pensata, trattata e discussa solo dal punto di vista igienistico, virologico, pandemico, senza tener conto della complessità degli esseri umani”.
Che sono anima, psiche, sentimento…
“Esatto. Sappiamo perfettamente quanti nuovi positivi al Covid ogni giorno registriamo, ma se dovessimo pensare ai positivi al male di vivere legato al virus saremo a quota 40 milioni. Stiamo tutti male. Non siamo nati ergastolani…”.
Farà il vaccino?
“Si, ovviamente…”.
Cosa pensa delle teorie negazioniste o complottiste?
“I negazionisti sono degli imbecilli totali. Una persona non può arrivare a pensare che un milione e mezzo di morti siano in realtà numeri “aggiustati” o “strumentali” a qualcosa. La mortalità, rispetto allo scorso anno, è aumentata del 25-30%. È un dato. A cui andrà aggiunta poi una mortalità correlata, dovuta a tutte le malattie che durante quest’anno non sono state curate, come i tumori al seno. Problemi cardiologici o altri tipi di tumori, oggi altamente prevedibili attraverso visite e semplici esami di routine, negli anni futuri porteranno a un innalzamento del tasso di mortalità perché sono stati trascurati. E quella mortalità non riguarderà i più anziani, ma le fasce più giovani della società”.
Come passerà il Natale?
“Starò a casa. Se potremo essere in quattro, cinque o sei intorno ad un tavolo non mi interessa. Non guardo alla quantità. Ma alla qualità. È quella che mi interessa, la qualità del tempo da trascorrere insieme. Così come non sono così fiscale con le tradizioni. Sono un laico, ma credo che non cambi molto se la messa del 24 dicembre venga celebrata in anticipo. Che differenza fa? Quanto vale, a fronte di una sofferenza che ci potrebbe attendere per i prossimi mesi? Quest’estate abbiamo commesso un peccato terrificante e lo abbiamo pagato con 20mila morti. Ora cosa vogliamo fare? Natale è un giorno, una sera. Starò a casa, e speriamo che non piova…”.
Come giudica l’azione del governo Conte? E Salvini, Meloni e Berlusconi?
“Nei confronti dell’esecutivo sono critico. Estremamente critico. Ci sono persone che continuano a dire quanto i governatori si siano trovati a fare i conti con qualcosa di più grande di loro. Non lo accetto. Non ho chiesto a Giuseppe Conte di diventare il premier Conte, è stato lui a scegliere di farlo. Ciò comporta dei privilegi – come è giusto che sia -, ma anche delle responsabilità. Il capitano della nave, quando si salpa, non deve essere bravo a guidare la ciurma con il mare è liscio, ma a navigare nella tempesta. Questi non sono capitani e non conoscevano le tempeste. La compagine governativa italiana è stata un fallimento, sia a livello nazionale che regionale. Le regioni sono state imbarazzanti. E non ci possiamo consolare con quelli a cui è andata peggio di noi…”.
Lo stato decide per tutti cosa è importante e cosa non lo è. La salute viene prima e prevarica libertà essenziali, tradizioni, economia, cultura…Ma questo non è un embrione di stato etico? Non staremo andando verso la demolizione della società aperta e dello stato di diritto? Quanto si possono comprimere le libertà?
“Non saprei, quel che è certo è che siamo arrabbiati. Sappiamo contro chi combattiamo, il virus è stato isolato in tempi record. Rispetto alle conoscenze scientifiche secolari, è stato individuato in una frazione di secondo. Abbiamo capito come si trasmetteva, abbiamo capito la profilassi e individuato la corretta gestione: quindi distanziamento sociale, mascherine e lavaggio frequente delle mani. Ciononostante non abbiamo capito niente. Faccio un confronto con il passato. Torniamo al ‘600, negli anni della peste nera. Con la peste non si poteva davvero fare niente: non si sapeva da chi veniva, come si trasmetteva e a distanza di poco tempo si sono verificate tre ondate, che hanno ucciso oltre un milione di persone in Italia, quasi un quarto dell’intera popolazione. L’unica soluzione era l’isolamento, l’esclusione dell’altro, come i ragazzi del Decamerone che se ne sono andati dalla città per sfuggire al contagio. Mi viene da pensare che siamo stati intelligenti quanto i nostri antenati del ‘600 che non avevano capito niente della pandemia…”.
Cosa cambierà sul piano economico dopo l’onda d’urto del Covid? Chi pagherà, secondo lei, il prezzo più alto per la crisi?
“La gioventù. I ragazzi del liceo, i bambini in età scolare. Il 2020 per loro ha rappresentato un blocco. Nessuno venga a dirmi che la didattica a distanza sostituisce la scuola in presenza: questi giovani si sono visti interrompere il ciclo di formazione e forse hanno perso le competenze acquisite in passato. Questo per il generale. Nei casi specifici, poi, immaginiamoci quanto ne hanno risentito i bambini con problemi relazionali o psicoaffettivi… Nelle scuole ci si poteva organizzare per garantire la presenza ai più piccoli. Da Padova arriva un esperimento riuscito: hanno mantenuto tutti in presenza, anche i casi positivi, ma asintomatici. Come hanno fatto? Semplice. C’è stato qualcuno che ha pensato alle possibili soluzioni per tempo, a luglio e agosto, non a ridosso delle riaperture”.
Il Covid è una rivincita della natura sulla cultura? È stato una sconfitta della scienza? La tecnologia, soprattutto in occidente e nel nord est asiatico, ci aveva illuso di aver posto una grande barriera culturale tra l’uomo e la natura…
“Non è la vittoria della natura sulla cultura, ma la vittoria di qualcuno su qualcun altro. La questione sulla natura è complessa e complicata. Così come sull’umanità. Ci sono gli umani e poi ci sono gli stupidi, che per me purtroppo sono la maggioranza. È un panorama articolato: dietro ogni cosa c’è un interesse. E dietro ogni interesse può celarsi una radicalizzazione che non so quanto sia effettiva difesa del pianeta. Come nell’ambientalismo. Prendiamo ad esempio le pale eoliche: sono gigantesche, fanno rumore e fanno scappare tutti gli uccelli. Così come i pannelli solari. Ricordo ancora di una mia gita a Recanati, nelle Marche. Un’intera collina ricoperta e deturpata da queste strutture. È ambientalismo distruggere il paesaggio? Per questo non credo che il Covid sia la vittoria della natura sulla cultura, ma la vittoria di qualcuno su qualcun altro…”.
Cosa rimarrà nella storia? Come sarà il mondo dopo la pandemia? Il Covid può essere considerato uno spartiacque? Uno di quegli avvenimenti per cui – come guerre e grandi scoperte – si crea una netta separazione tra il “prima” e il “dopo”…
“La pandemia ci ha sicuramente messo di fronte a una lezione da imparare. Non posso dire che tutti l’abbiano capita, né che nessuno lo abbia fatto. Non esiste tutti o nessuno: ogni essere umano è diverso dall’altro. Un appiattimento in questi termini sarebbe un’offesa alla popolazione e alla natura. Ci sono state, come ovvio, reazioni differenti al Covid e agli ostacoli che ci siamo trovati di fronte”.
Come valuta i cambiamenti nel mondo dell’informazione? E in quelli dello spettacolo e della cultura?
“L’informazione, la cultura, la gestione della cosa pubblica durante questi mesi della pandemia si sono mosse verso una digitalizzazione finora quasi del tutto inedita. E lo hanno fatto attraverso il ricorso allo smart working. Non credo però che questa modalità di lavoro sia la migliore soluzione per gli uomini. Si lavora da casa. Questo comporterà un’enormità di separazioni, un aumento inaudito della violenza contro gli altri e contro se stessi. Ci sarà una maggiore infelicità. Non dico che bisogna totalmente escludere dalla nostra vita computer e dispositivi tecnologici, ma mi dà molto da pensare il fatto che questi possano diventare il nostro futuro, le uniche realtà con cui confrontarci. Siamo persone e come tali dobbiamo interagire, creare: la vita crea la vita. Da casa non c’è rapporto, non c’è scambio.
Prendiamo l’architetto Renzo Piano. Tutte le sue opere, dal ‘68 in poi, sono trasparenti. È l’architetto della trasparenza: chi è dentro vede chi c’è fuori, chi è fuori vede chi c’è dentro, in un continuo scambio. Se un grande architetto, un genio come Piano, pensa ad un luogo e lo immagina trasparente è perché abbiamo bisogno di rapporto, di continuità gli uni con gli altri. È il contrario della limonaia araba, quattro muri a secco eretti affinché non arrivi il vento. Per noi hanno pensato alla stessa cosa: ma noi non siamo limoni, noi abbiamo bisogno del vento…”.
Quale è stata per lei la lezione del Covid?
“Ho scoperto che per un eroe ci sono cento imbecilli… E la lezione l’ho imparata direttamente da una donnina che, dopo aver avuto un referto di positività al Covid, ha deciso di lasciare l’ultimo letto disponibile del reparto di rianimazione a chi avesse più possibilità di lei di sopravvivere. È morta, ma ha lasciato spazio a chi aveva l’età dei suoi nipoti e figli. Una sensibilità, una straordinarietà che non sono un suicidio, perché quella donna aveva già avuto la sua vita. Ha usato le ultime ore per insegnare qualcosa a qualcuno: il bene per la collettività, la generosità. Sono le persone come lei a costruire la civiltà…”.
Barbara Bianchi
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