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L'era del Coronavirus - Intervista al giornalista, scrittore e conduttore radiofonico Gianluca Nicoletti: "Le teorie complottiste sono il sintomo di una pochezza di strumenti culturali per elaborare un momento così difficile"

Gianluca Nicoletti: “Lo stato di diritto è in pericolo quando c’è una dittatura e non con un’epidemia”

di Maurizia Marcoaldi
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Viterbo – In bilico tra libertà e restrizioni, tra riaperture e lockdown, il 2020 passerà alla storia come l’anno del Coronavirus. Una pandemia che ha colpito il mondo intero, lasciando dietro di sé morti, insicurezze e nuove abitudini.

Con un ciclo di interviste, Tusciaweb propone un’istantanea di ciò che è stato e ciò che sarà, attraverso le parole e gli occhi di grandi personaggi pubblici.


Gianluca Nicoletti


Gianluca Nicoletti è un giornalista, scrittore, conduttore radiofonico e autore televisivo. Comincia a lavorare alla Rai nel 1983 e nel 1995 viene assunto al Giornale Radio, dove ricopre il ruolo di inviato speciale per 4 anni. Dal 1993 al 2004 conduce la trasmissione “Golem: idoli e televisioni“, incentrata su temi riguardanti la televisione e l’attualità analizzata attraverso il mondo dei media. Nicoletti lascia la Rai nel dicembre 2004 e approda a Radio 24, dove dal 2005 è autore e conduttore della trasmissione radiofonica “Melog 2.0“. Nell’ottobre 2012 viene insignito del premio Cuffie D’Oro Lelio Luttazzi nella categoria “One Man One Voice”. Dal gennaio 2005 Nicoletti è editorialista del quotidiano La Stampa.


Nicoletti, come ha vissuto il lockdown di marzo e le restrizioni regionali successive? Ha avuto esperienze dirette col Covid? A quali abitudini ha dovuto rinunciare?
“La mia vita onestamente non è cambiata per nulla. Sono una persona già casalinga di abitudine. Ho trasferito però il mio lavoro a casa. Ho snellito anche i tempi di passaggio casa-lavoro che erano piuttosto lunghi e mi sono reso conto che perdevo 5 ore nei trasporti per andare in onda un’ora. Quindi per me è stato un vantaggio tutto sommato. Per fortuna nessuno dei miei cari è stato contagiato. So di amici e colleghi che sono risultati positivi e che ora hanno ripreso la loro vita. Ho poi sentito testimonianze indirette di persone che hanno contratto il virus e purtroppo alcuni di loro, anche di età non estrema, sono morti”.

Con la pandemia, secondo lei, è nata una nuova normalità? Come si immagina il futuro? Riesce ancora a farlo?
“Credo che in breve tempo sarà tutto dimenticato. Le sensazioni più durature saranno per quelle persone che hanno perso il lavoro o delle persone care. E anche per tutti coloro che hanno difficoltà nel ripartire nella loro dignità professionale ed economica. Per gli altri la vita ricomincerà come prima”.

Farà il vaccino?
“Certo che lo farò. Perché non dovrei? Non aspetto di vedere cosa accadrà. Ovviamente se ne dicono tante sui vaccini, che magari ci farà pure diventare degli alieni. Andiamo a dire di non farlo in quei posti del terzo mondo dove per averlo si farebbero tagliare una mano”.

Cosa pensa delle teorie complottiste o negazioniste?
“Sono tutte cavolate ovviamente. Trovo vergognoso e scandaloso che di fronte a oltre 60mila morti ci sono persone che pensano che sia tutto un grande complotto. Il Covid esiste. E, al di là di come sia stato affrontato o meno, ha un carattere di unicità almeno per la mia generazione. I miei genitori hanno fatto la guerra e mi raccontavano cose del genere: paura, gente che moriva, limitazione nel muoversi. Per quanto mi riguarda è la prima volta che mi rendo conto di una situazione di morte vicina, possibile, impellente, generalizzata. La teoria del complotto credo sia sintomo di una pochezza di strumenti culturali per elaborare un momento così difficile”.

Il presidente del consiglio ha annunciato in diretta le misure anti-Covid per il Natale. Cosa ne pensa? Come passerà queste feste?
“Il mio è un giudizio soggettivo chiaramente. Mi sembra fantastico che per un anno abbiamo la scusa di non dover fare i regali e essere obbligati a liturgie stancanti. Per me è una grande liberazione. Fosse stato per me avrei detto “stiamo tutti a casa e aspettiamo che passi”. Il mio Natale sarà come gli altri. Solo che quest’anno non mi dovrò giustificare per il fatto che voglio stare solo. Sono anni che non festeggio in modo collettivo. Non amo le cose forzate che bisogna fare altrimenti tutti ci rimangono male. Una volta tanto saranno tutti a rimanerci male, ma si renderanno conto di come si stia meglio da soli o in piccoli gruppi di persone”.

Come giudica l’azione del governo Conte? E Salvini, Meloni e Berlusconi?
“Io onestamente mi sarei aspettato che il terreno della pandemia non diventasse terreno di disputa politica. Avrei preferito una maggiore collaborazione tra le parti. Poi per giudicare cosa fa il governo dovrei trovarmi al suo posto e avere gli strumenti per prendere le decisioni. Comunque delle scelte vanno fatte e chi le prende si espone sempre a critiche. Se ci fosse stata l’opposizione al governo, non credo che ci sarebbero state tante differenze di comportamento. Va anche detto che facciamo tutte le cose secondo la nostra endemica e classica maniera di risolvere i problemi: sempre con grande lentezza e burocrazia. La macchina burocratica è ormai nel dna del nostro paese. Nessuno è mai riuscito a scardinarla. Quelli che dovevano aprire il parlamento come una scatoletta di tonno alla fine sono diventati tonni spiaggiati in questo momento. Non vedo quindi tutta questa grande capacità di rovesciare le regole. Dobbiamo cercare di fare quello che possiamo, tenendo conto della lentezza tipica del paese. Questo è un paese che non ha mai affrontato i problemi in maniera diretta e razionale. Non è che in questo momento improvvisamente diventiamo efficienti”.

Lo stato decide per tutti cosa è importante e cosa non lo è. La salute viene prima e prevarica libertà essenziali, tradizioni, economia, cultura… Ma questo non è un embrione di stato etico? Per dirla con Popper, non staremo andando verso la demolizione della società aperta e dello stato di diritto?
“Chi dice che siamo di fronte a un embrione di stato etico, vorrei vedere che scelte diverse farebbe rispetto a quelle che si stanno prendendo in questo momento. Con tutti i limiti e con tutti gli sbagli, bisogna arginare il fatto che la gente possa contagiarsi e morire. Questo è il primo problema. Poi c’è il secondo, che è quello economico. Ma un’economia con persone a rischio morte è certamente un’economia molto limitata. Non vedo quali scelte diverse si sarebbero potute fare. È facile dire cosa è giusto stando seduti comodamente a casa. Non è facile fare delle scelte in questo momento. Non c’è un precedente. È chiaro che chi decide è sotto bersaglio e può fare molti sbagli. Per non farli, bisogna non fare nulla. Lo stato di diritto è in pericolo quando c’è una dittatura e non con un’epidemia. Sembra che oggi il vero problema sia sfangare un Natale con cappone, gli amici e se possibile in un posto di vacanza. È abbastanza limitato questo discorso, anche se non ci si può aspettare che tutti abbiano un altruismo esasperato. Bisognerebbe pensare che ogni nostro comportamento sregolato continua ad aumentare la catena dei morti. Il problema è che spesso pensiamo che tocchi agli altri e non a noi”.

Cosa cambierà sul piano economico dopo l’onda d’urto del Covid? Chi secondo lei pagherà il prezzo più alto per la crisi?
“Non sono un’economista. Ma molte persone hanno perso il lavoro. Molte attività hanno chiuso”.

Il Covid è una rivincita della natura sulla cultura? E’ stato una sconfitta della scienza? La tecnologia, soprattutto in occidente e nel nord est asiatico, ci aveva illuso di aver posto una grande barriera culturale tra l’uomo e la natura…
“Per me piuttosto è il contrario. I criteri per cui oggi abbiamo una vita quotidiana con abitudini diverse da quelle a cui siamo abituati è proprio perché cerchiamo di applicare un criterio scientifico al momento di emergenza. Altrimenti saremmo tutti in piazza a fare le novene, bruceremmo l’incenso agli dei o faremmo sacrifici umani perché passi. C’è una volontà, oggi più che mai, di seguire le cose secondo un principio scientifico”.

Cosa rimarrà nella storia? Come sarà il mondo dopo la pandemia? Il Covid può essere considerato uno spartiacque? Uno di quegli avvenimenti per cui – come guerre e grandi scoperte – si crea una netta separazione tra il “prima” e il “dopo”.
“Certamente ci sarà un primo e un dopo, anche se nel tempo ce lo dimenticheremo. Ci siamo dimenticati la Peste nera, la Spagnola e via dicendo. Lo ricorderanno gli anziani. Non saremo però migliori o peggiori. Usciremo da una crisi economica paurosa e dovremo rimodulare la nostra vita su un tenore più basso rispetto a quello a cui siamo abituati. Forse riusciremo anche a ripensare e modificare le liturgie di lavoro, di conversazione, di relazione. Il cambiamento maggiore sarà soprattutto nella difficoltà dell’economia a risalire. Per il resto le abitudini tornano normalmente. Ad agosto, per esempio, le persone sono tornate a fare quello che hanno sempre fatto negli ultimi 70 anni”.

Come valuta i cambiamenti nel mondo dello spettacolo e della cultura?
“La capacità propria dell’artista e dell’arte è quella di modularsi sulla realtà. La gente scriveva poemi dai luoghi di prigionia, componeva musica battendo sui barattoli o disegnando una tastiera sul letto della propria galera. In questo momento abbiamo gli strumenti sufficienti per divulgare abbastanza, a patto che ci siano contenuti da divulgare. È chiaro che il teatro soffre perché i teatri sono chiusi. Stesso discorso per il cinema. Ma io, onestamente, non ho mai visto tanti film come quest’anno. Bisogna però capire che l’economia basata sulla grande macchina di diffusione culturale, dovrà necessariamente rimodulare alcune delle sue modalità di diffusione. Comunque l’arte non muore con la pandemia, anzi. Proprio nei momenti più difficili vengono fuori le ispirazioni più profonde. È chiaro che i teatri sono chiusi e anche i cinema, ma non si può fare altrimenti. La cosa principale in questo momento è sopravvivere e salvare vite”.

Il virus può essere considerato un “acceleratore temporale”? Uno “strumento” che ha velocizzato alcuni processi? Basti pensare allo smartworking, prima mai utilizzato dalle aziende…
“Io spero che lo smartworking diventi una modalità di lavoro da prendere seriamente in considerazione. Nessuno sarà d’accordo perché lavorare significa anche socializzare, conoscere nuove persone, stringere amicizia, allacciare amori. Per molti è anche importante controllare i dipendenti. Però lo smartworking dal punto di vista razionale, integrato ovviamente con le attività in presenza, è una forma da sperimentare. Io mai avrei immaginato di fare una diretta radiofonica di un’ora da casa mia. Eppure lo faccio. Era più il tempo che impiegavo per raggiungere il luogo di lavoro che quello che effettivamente ci mettevo per preparare il lavoro vero e proprio. Non è un discorso adattabile a tutti, ma per molti sì. E poi penso anche alla scuola: integrare l’attività didattica in presenza con quella remota potrebbe aiutare molto i ragazzi”.

Quale è stata per lei la lezione del Covid?
“Come accennato poco fa, non ne usciremo migliori o peggiori. Il grande interrogativo sarà come affrontare la crisi economica. Dovremo rimodulare la nostra vita. Avremo sicuramente un tenore di vita più basso rispetto a quello a cui siamo abituati”.

Maurizia Marcoaldi

 


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23 dicembre, 2020

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