Viterbo – S’i’ fossi sindico… inizio con l’anafora usata da Cecco Angiolieri, contemporaneo di Dante, perché accettiate queste mie osservazioni provocate dall’invito del nostro grande direttore Carlo Galeotti, con un certo senso di quel mio umorismo che, in forma meno elevata di altri, cerca di: “castigat ridendo mores” (di Jean de Santeul) e che a sua volta ricorda l’oraziano “ridentem dicere verum: quid vetat?”.
– Cercansi disperatamente candidati sindaco di livello politico decente, ma anche idee…
Non essendo né l’uno né l’altro, prendetemi pure in giro, che a me va bene. Io, sindaco? E perché si? Vedo che lo possono fare tutti, anche se non ancora: tutte. E sarebbe ora. Intanto al momento di vestire la fascia tricolore, dovrei dimenticare che sono stato insediato da un partito: destra sinistra centro destra o sinistra?
In quel momento sono il sindaco dei cittadini, anche di coloro che non mi hanno votato. Sono a loro servizio, non incollato a quello che dice il partito. Subito dopo avrei un incontro con la giunta comunale, anche loro scelti in qualche modo dalla gente. E farei una chiacchierata chiarificatrice su concetti tipo: servizio, disponibilità, attenzione vera alle fasce più deboli, accoglienza di chi, piaccia o no, cammina le nostre strade anche se non hanno cittadinanza o permessi, dialogo senza preconcetti con istituzioni e associazioni per ascoltare e programmare insieme, anche con le istituzioni religiose (non solo le tradizionali cattoliche) ma nella chiarezza dei ruoli perché siamo a servizio dei cittadini non di una ideologia o fede religiosa (ci capiamo?).
Dopo alcuni giorni suggerirei alla giunta, e prima di decidere gli assessorati, di impegnarci per due mesi circa o più, e insieme ad esperti del tipo: poeti, filosofi, artisti, urbanisti e architetti, rappresentanti dei diversi gruppi etnici presenti nel territorio… a passeggiare con carta e penna in mano (o tablet) per la città e i comuni e: vedere, osservare, incontrare ascoltare, prendere nota, fotografare, fermandosi ai caffè (pagando ovviamente), parlando con chi chiede elemosina, visitando se possibile dove abita e come abita la gente, le zone critiche… (debbo aggiungere altro?).
Passeggiando insieme si potrebbe dare uno sguardo a come viene trattata la pulizia della città, i giardini e alberi, il traffico e la segnaletica, i parcheggi e il parcheggiare, la condizione di quartieri ed edifici storici e altri abbandonati… e che dire di fare visita alle aziende che fanno lavorare braccia straniere? E perché no: incontrarli per ascoltare priorità e suggerimenti, visitare i luoghi di incontro dei nuovi arrivati da nazioni e culture differenti. Incontri più istituzionali potrebbero essere quelli con: Unitus, visitare anche i comuni storici in Umbria, Toscana dove alcune cose vengono fatte meglio che da noi. Le scuole poi che danno spazio formativo a cittadini che nel giro di pochi anni non saranno più seduti nei banchi, ma altrove anche in comune.
Perché non promuovere un concorso annuale su “Per una città vivibile” con premi studio e ricerche? E una app che permetta ai cittadini di essere in contatto con gli assessorati interessati ai problemi della città e dei cittadini? Ecco, parlando di assessorati, solo dopo questo studio da fare insieme, si propongono gli assessori e che siano adatti perché competenti e interessati non perché di correnti da accontentare.
Evitiamo di mettere persone al posto sbagliato e poi ritrovarsi con gente che discute senza sapere e decide senza conoscere. Come vedete non è il caso che io diventi sindaco, anche perché non sarei capace di fare quello che penso si dovrebbe fare. Però perché non ci pensiamo? Termino con una svirgolatura ecclesiastica, data una certa deformazione professionale: la Chiesa deve uscire dalle Chiese, ci hanno detto. I “Priori” escano dal Palazzo e conoscano prima la gente. Prima di decidere cosa fare. Perché debbono fare. Non solo discutere o, meglio, chiacchierare.
don Gianni Carparelli
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