Guardia di finanza
Civita Castellana – (sil.co.) – Accusato dall’ex inquilina di avere cercato di portarsela a letto dopo una multa di ottomila euro per affitti in nero da parte della guardia di finanza, è stato assolto giovedì dal giudice Elisabetta Massini. Era stato colpito nel 2020 dalla misura cautelare del divieto di avvicinamento alla presunta vittima.
A processo per stalking l’ex padrone di casa della parte offesa, che per sottrarsi alle attenzioni dell’imputato sarebbe stata costretta a trasferirsi da Civita Castellana a Castel Sant’Elia, dove lui avrebbe continuato a perseguitarla. Tutto vero per l’accusa, che ha chiesto la condanna a un anno di pena. Il giudice, sentita la difesa, ha invece assolto l’uomo con la formula più ampia, perché il fatto non sussiste.
Nessuna avance all’inquilina, secondo il giudice e secondo i difensori Paola Grimaldi e Chiara Ceccarelli.
Nel corso del processo è emersa una storia di affitti in nero scoperti dalla guardia di finanza, per cui il padrone di casa, secondo l’accusa, avrebbe detto all’inquilina: “O paghi la multa o vieni a letto con me”. Una vicenda in cui, a sorpresa, è spuntata anche una “casa rifugio” data ufficialmente in comodato d’uso a un centro antiviolenza di cui l’imputato era vicepresidente.
Protagonista e parte civile con l’avvocato Paola Ragonesi, una 58enne di Civita Castellana, che nel frattempo si è trasferita a Castel Sant’Elia, la quale ha accusato l’ex padrone di casa (e all’epoca vicepresidente dell’associazione contro la violenza sulle donne da lei fondata) di atti persecutori e anche di averla ricattata chiedendole delle prestazioni sessuali in cambio di una multa di 8mila euro presa dalla guardia di finanza per averle affittato l’abitazione al nero.
I rapporti si sarebbero chiusi nel peggiore dei modi nella primavera del 2017. “A maggio io e il mio compagno ci siamo sposati, poi per dei miei problemi di salute siamo stati per un periodo a Pavia. Al ritorno abbiamo trovato la porta di casa incatenata col lucchetto, senza preavviso e con tutte le cose nostre dentro. Abbiamo aperto e siamo rientrati”. L’imputato l’avrebbe quindi minacciata: “Me lo sono trovato sotto casa con una catena al collo che mi faceva il verso ‘te la metto alla gola’ mentre con una mano brandiva una mazza da baseball”.
La presunta vittima si sarebbe trovata all’uscio i finanzieri: “Per la casa avevamo un regolare contratto a nome mio per 400 euro al mese, poi c’erano altri 300 euro al mese che versavamo al nero per l’abitazione al piano di sotto dove fino a qualche tempo prima abitava da sola una vicina che poi si è ammalata ed è venuta a vivere a casa mia”, ha detto.
“L’avevamo trasformata in casa rifugio per le donne che si rivolgevano al centro antiviolenza da me fondato e di cui l’imputato era vicepresidente, cui l’immobile figurava essere stato dato in comodato d’uso”, ha proseguito la 58enne.
Dopo la multa, l’imputato sarebbe andato su tutte le furie: “Mi ha detto: ‘La soluzione c’è, o vieni a letto con me oppure paghi gli 8mila euro di multa alla guardia di finanza’”.
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Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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