Mirko Tomkow in tribunale durante la lettura della sentenza di condanna all’ergastolo
Vetralla – Per la difesa fu omicidio colposo, dal momento che il padre avrebbe messo lo scotch sulla bocca del figlio per farlo stare zitto, non per ucciderlo.
Ricorre in appello contro la condanna all’ergastolo per omicidio volontario pluriaggravato l’unico difensore rimasto di Mirko Tomkow, il padre di Vetralla detenuto nel carcere di Mammagialla che esattamente un anno e un giorno fa, il 16 novembre 2021, ha barbaramente ucciso il figlioletto Matias di dieci anni.
Per la difesa – che chiede la riqualificazione del reato in omicidio colposo – la sentenza è “ingiusta ed illegittima” e “la nastratura sul viso del bambino non è stata messa al fine uccidere ma all’evidente fine di farlo tacere”.
A distanza di quattro mesi dalla sentenza di condanna dell’operaio 45enne d’origine polacca, reo confesso, al “fine pena mai”, con un anno di isolamento diurno, emessa lo scorso 8 luglio della corte d’assise del tribunale di Viterbo, l’avvocato Pier Paolo Grazini ha raccolto in un “compendio” di 27 pagine le motivazioni del ricorso alla corte d’appello di Roma. L’altro difensore, nominato a suo tempo d’ufficio, nel frattempo, l’avvocato Sabina Fiorentini, ha rinunciato all’incarico.
“Se l’intento del padre fosse stato in quel momento dolosamente omicidiario, avrebbe sicuramente usato altri mezzi più immediati, quali lo strangolamento o direttamente il soffocamento oppure avrebbe proceduto immediatamente ad accoltellare il figlio”.
Per la difesa c’è “una colpa generica consistita in imprudenza o negligenza in quanto era prevedibile che dal comportamento dell’imputato potesse scaturire anche un comportamento non voluto dal reo, come la morte del figlio”.
Matias Tomkow
“Matias era già morto quando è stato accoltellato”
Il legale di Tomkow propone una ricostruzione dei fatti nella quale l’evento mortale viene anticipato al momento dell’applicazione del nastro adesivo ed è dovuta all’asfissia e non al successivo accoltellamento.
Tomkow – viene ricordato – ha preso il nastro adesivo per pacchi e glielo ha messo intorno al viso “per farlo tacere”, dopo che il bimbo avrebbe gridato per cacciarlo di casa e lui gli avrebbe rotto il telefonino per non fargli chiamare la mamma. “E’ in questo frangente che va inserita la resistenza del bambino alla violenza del padre”, dice il legale, secondo cui il decesso di Matias sarebbe avvenuto in questa fase, in un arco di tempo tra i 3 e i 5 minuti.
“Pugnalato nel cassettone dopo avere versato la benzina”
“Il piccolo Matias è stato pugnalato all’interno del cassettone del letto in un momento successivo all’imbavagliamento, quando lo stesso non dava più segni di vita e non si muoveva più”. Tomkow, ubriaco, nel frattempo, sarebbe salito e risceso dalla soffitta mentre il corpo giaceva ancora in sala. In base all’autopsia, secondo l’avvocato Grazini, la benzina sarebbe inoltre stata versata nel cassettone prima e non dopo averci posizionato il corpo già senza vita di Matias. Il legale non si spiega come si sia giunti alla conclusione di “un pari concorso causale fra l’asfissia e l’accoltellamento”, tra i quali “potrebbe essere trascorsa anche mezz’ora”.
“Non ci fu premeditazione”
Sarebbe da escludere la premeditazione, tra l’altro perché nemmeno Tomkow sapeva a che ora sarebbe stato dimesso dall’hotel Covid di Roma per fare poi rientro a Vetralla. L’imputato, inoltre, non avrebbe lasciato apposta il cellulare acceso e senza password n dentro un sedile a ribalta del treno posizionato nell’ingresso del vagone, dove è stato ritrovato. “Sarebbe stato più efficace e più semplice distruggerlo, oppure gettarlo in un cesto di rifiuti”, secondo Grazini.
Marjola Rapaj con il figlio Matias
“No alla condanna per maltrattamenti alla moglie”
No alla condanna per maltrattamenti alla moglie Marjola Rapaj, 38enne d’origine albanese, che “non ha mai sporto denuncia”. “Nessuna conferma”, sottolinea la difesa chiedendo l’assoluzione, che Tomkow le abbia dato un calcio sulla pancia quando era incinta e nemmeno che l’abbia minacciata con un coltello quando Matias aveva due anni. E nemmeno che sia vero quanto detto dalla sorella di Marjola, e cioè che Tomkow l’avrebbe minacciata con un attizzatoio quando il figlio aveva tre anni: “Non esistono conferme esterne”.
Grazini trova inoltre contraddittoria l’affermazione – rilasciata dalla donna il 16 novembre 2021, “quando era preda della rabbia e dello sgomento il giorno stesso dell’omicidio del figlio” – secondo cui il marito “aveva cura di non lasciarle segni sul volto quando la picchiava e che era solito sbatterle la testa contro il muro, malmenandola sempre quando il figlio era assente in modo da non lasciare tracce”.
Secondo la difesa esiste “la certezza dell’episodio del 6 agosto”, che rende “credibile anche quello accaduto della notte fra il 9 e il 10 agosto”, “commessi in un arco temporale di 72 ore”, per cui “la domanda che sorge spontanea è se quanto sopra integra quanto richiesto dalla norma incriminatrice per l’esistenza o meno” del reato ‘abituale’ di maltrattamenti in famiglia.
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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