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Tribunale - Bombe a casa della ex - Testimone al processo il datore di lavoro della vittima - Imputato di stalking e violenza sessuale un imprenditore edile di 62 anni

“Minacce di bruciare la baracca se non cacciavamo la sua ex, poi il rogo di un casale sul lago”

di Silvana Cortignani
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Carabinieri

Hanno indagato i carabinieri – foto d’archivio


Marta – Non avrebbe solo piazzato bombe e disegnato croci nere e falli giganti a casa della ex a Marta. Avrebbe anche minacciato e poi fatto “bruciare la baracca” di una famiglia di ristoratori di Montefiascone, per cui la donna avrebbe lavorato, uno dei quali, un 59enne, è stato ascoltato ieri come testimone al processo in corso davanti al collegio presieduto dal giudice Elisabetta Massini.

Imputato un imprenditore edile di Viterbo, A.B., 62 anni, accusato di violenza sessuale e stalking, finito ai domiciliari col braccialetto il 16 maggio 2018. Parte civile una 47enne d’origine romena. 

Un ordigno esplosivo del tipo “pipe bomb” fu trovato dalla parte offesa sul suo balcone la mattina del 3 aprile 2018, quando la palazzina fu evacuata e sul posto intervennero gli artificieri, sequestrando un oggetto artigianale, realizzato con delle batterie inserite in un tubo da cui uscivano dei fili, il quale non avrebbe però avuto capacità deflagrante.


“Se non cacci quella sporca romena, facciamo saltare la baracca”

Il 26 marzo 2018, secondo l’accusa, dopo avere bucato due gomme di una macchina dei ristoratori, avrebbe lasciato sul posto un “pizzino”, dove c’era scritto che si trattava di un “primo avvertimento”, per poi proseguire: “Se vedremo ancora lavorare quella sporca romena al vostro albergo-ristorante, faremo saltare tutta la baracca, vi guarderemo a vista e non saremo teneri”. Neanche dieci giorni dopo, il 4 aprile 2018, avrebbe appiccato un incendio a un casale della famiglia sulle rive del lago di Bolsena, il cui tetto di legno è stato devastato dal rogo, per un danno di trentamila euro. 

Secondo l’accusa il movente era isolare la sua ex e farle perdere il lavoro alla ex. 


“Nessuna prova che dietro il rogo ci sia la mano dell’imputato”

“Nessuna prova che dietro la prima intimidazione e il successivo attentato ci sia la mano dell’imputato”, ha fatto notare con veemenza il difensore Samuele De Santis, nel corso di un’udienza “scoppiettante”. “Sono sicuro al cento per cento che sia stato lui, nessun altro poteva avercela con me o con la nostra famiglia”, ha replicato il teste. 

“Abbiamo pensato subito a lui, perché sapevamo che c’erano dei problemi con la sua ex e lei era l’unica romena che frequentava la nostra azienda, Inoltre era stato a pranzo da noi diverse volte ed era anche venuto a vedere il casale al lago. Lo abbiamo detto ai carabinieri, sporgendo denuncia, ma al di là del biglietto non avevamo prove che si trattasse proprio di lui”, ha spiegato il 59enne alla pm Eliana Dolce e all’avvocato di parte civile, incalzato dal difensore dell’imputato proprio per l’assenza di riscontri a quelle che, allo stato dell’arte, sarebbero soltanto supposizioni. 


“Portone d’ingresso sfondato, sul posto una candela per motori”

Tra i testimoni anche due carabinieri della compagnia di Montefiascone, il cui comando stazione di Marta è proprio davanti al condominio popolare al civico 2 di viale Trieste dove il 62enne avrebbe piazzato gli ordigni esplosivi, realizzati attraverso le istruzioni di tutorial trovati online.

Uno dei carabinieri, il cui intervento è stato chiesto dalla 47enne, è intervenuto il 13 marzo 2018, quando furono imbrattate con della vernice spray di colore nero le cassette della posta degli inquilini, il muro e l’ingresso del palazzo dove la ex abita al piano rialzato. “Lei ci disse che c’era stato un altro atto vandalico analogo, quando erano state disegnate croci nere, sempre con la vernice spray, sulle pareti del condominio, poi ripulite”, ha detto il teste. L’altro carabiniere è invece intervenuto all’alba dell’8 aprile 2018. “Erano le cinque e un quarto del mattino e trovammo il portone d’ingresso del palazzo sfondato, sequestrando una candela per motori che poteva essere stata usata allo scopo”, ha spiegato.

Il processo riprenderà a dicembre.

Silvana Cortignani


Presunzione di innocenza

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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24 novembre, 2022

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