Viterbo – Maxiretata antidroga, si avvia alla prescrizione il processo a 23 imputati di detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti di varia tipologia. Erano tra coloro a suo tempo indagati a piede libero.
L’accusa ha riqualificato ieri lo spaccio nella lieve entità e le due estorsioni consumate in estorsioni tentate, per cui sarà chiesto il non luogo a procedere per estinzione dei reati per intervenuta prescrizione. Il giudice Daniela Rispoli, preso atto della riqualificazione, ha rinviato a marzo per la discussione.
Il blitz antidroga ha riguardato anche soggetti già indagati nell’ambito dell’operazione Drum, che risale all’alba del 25 giugno di dieci anni fa, nel 2013, con la notifica di ben 61 ordinanze di custodia cautelare, 23 nel Viterbese.
Lo stupefacente sarebbe stato ordinato nella capitale grazie a contatti diretti con esponenti dei clan di San Basilio, del mercato dell’Olgiata e del litorale, quindi portato nel Viterbese da corrieri – tra cui disoccupati e pensionati incensurati – per poi essere piazzato sul territorio tramite un nutrito numero di pusher.
Nel corso dell’operazione furono sequestrati oltre due chili di droga. Si calcolò un giro d’affari da oltre un milione, tra la Tuscia e la capitale.
In provincia, oltre al capoluogo, furono interessati anche Tuscania, Marta, Montefiascone, Arlena di Castro e Capodimonte. A Roma i quartieri San Basilio, Cassia, Olgiata, Monte Mario, Trionfale e Acilia. Sul litorale a Ostia e a Civitavecchia.
Al centro dell’indagine un agriturismo e alcuni forni tra Marta e Tuscania. L’intera famiglia dei gestori fu raggiunta dall’ordinanza di custodia cautelare: padre, madre, il figlio e due figlie. Il figlio è l’unico dei 24 indagati finiti davanti al gup del tribunale di Viterbo ad essere uscito di scena, patteggiando una pena di quattro mesi con lo sconto di un terzo in sede di udienza preliminare.
Agriturismo e forni, secondo l’accusa, sarebbero stati utilizzati come punti di stoccaggio dello stupefacente. Nelle intercettazioni, sempre secondo l’accusa, la droga sarebbe stata chiamata in modi fantasiosi e pittoreschi: “Sono arrivate le pecore”, “Mi serve altra farina”.
Tra gli arrestati fece scalpore un carabiniere di Tuscania, accusato di falso ed estorsione. Quest’ultima perché avrebbe chiesto denaro in cambio di informazioni riservate sulle indagini e sui controlli antidroga dell’arma.
Il militare fu rimesso in libertà dallo stesso gip dopo 17 giorni di carcere, senza dover passare dal Riesame. Per la difesa, sarebbe stato inguaiato dal fratello tossicodipendente, che approfittava della posizione del congiunto per vantarsi al telefono con i suoi fornitori della possibilità di avere informazioni riservate, alle quali però il carabiniere non avrebbe mai potuto avere accesso.
“Un processo morto prima ancora di iniziare”, diceva già tre anni e mezzo fa, il 5 luglio 2019 l’avvocato Marco Russo, tra i difensori dei 23 imputati del processo aperto a distanza di sei anni dal blitz.
Nel frattempo, in sede di udienza preliminare, era stata già la stessa pm Paola Conti a chiedere la riqualificazione del reato di spaccio secondo il quinto comma, ovvero col riconoscimento della lieve entità, in base alla meno afflittiva normativa entrata in vigore successivamente alla maxiretata dell’operazione Drum.
“Le numerose ipotesi accusatorie non hanno ricevuto alcuna conferma neppure nella fase delle indagini”, ricorda Russo, rammentando che tutte le misure cautelari in carcere inizialmente adottate dal gip sono state interamente annullate dal tribunale del riesame di Roma “per carenza assoluta di motivazione sui gravi indizi di colpevolezza ed esigenze cautelari, vizio tutt’altro che formale che ha intaccato lo scheletro delle indagini, misura mai rinnovata”.
Silvana Cortigmani
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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