Viterbo – (sil.co.) – Droga stoccata nei forni e all’agriturismo, nuovo stop al maxiprocesso a 23 imputati di detenzione ai fini di spaccio di sostanza stupefacente.
Nel corso dell’operazione furono sequestrati oltre due chili di droga. Si calcolò un giro d’affari da oltre un milione, tra la Tuscia e la capitale.
Va corretto e rinotificato a tutti il decreto di rinvio a giudizio. Intanto incombe la prescrizione.
Tra i 23 imputati c’è un’intera famiglia di imprenditori di Marta, titolari di alcuni forni nonché di una grossa tenuta agricola con annesso agriturismo nelle campagne tra Marta e Tuscania. Tutti e quattro imputati nello stesso processo, sono marito, moglie e le due figlie femmine della coppia, mentre il maschio è uscito di scena patteggiando davanti al gup.
Agriturismo e forni sarebbero stati utilizzati come punti di stoccaggio dello stupefacente. Nelle intercettazioni, la droga veniva chiamata in modi fantasiosi e pittoreschi: “Sono arrivate le pecore”, “Mi serve altra farina”.
Per loro e per gli altri 19 imputati, in sede di udienza preliminare, è stata la stessa pm Paola Conti a chiedere la riqualificazione del reato di spaccio secondo il quinto comma, ovvero col riconoscimento della lieve entità, in base alla meno afflittiva normativa entrata in vigore successivamente alla maxiretata dell’operazione Drum.
Il blitz è scattato all’alba del 25 giugno 2013, con la notifica di ben 61 ordinanze di custodia cautelare, 23 nel Viterbese.
A distanza di oltre sei anni, ieri l’ammissione delle prove davanti al collegio presieduto dal giudice Gaetano Mautone è slittata, per la seconda volta in quattro mesi, avendo un difensore sollevato una eccezione di nullità del decreto con cui il gup, nell’udienza del 14 maggio 2018, ha disposto il rinvio a giudizio, non essendo chiara l’apllicazione a tutti gli imputati del quinto comma.
In provincia, oltre al capoluogo, furono interessati anche Tuscania, Marta, Montefiascone, Arlena di Castro e Capodimonte. A Roma i quartieri San Basilio, Cassia, Olgiata, Monte Mario, Trionfale e Acilia. Sul litorale a Ostia e a Civitavecchia.
Il collegio ha preso atto del fatto che nel decreto di rinvio a giudizio non apparivano formulati in maniera precisa i capi d’imputazione, riconoscendo la violazione del diritto di difesa, disponendo la nullità del decreto e la trasmissione degli atti al gip perché venga corretto e rinotificato.
Nel frattempo sul processo incombe la spada di Damocle della prescrizione.
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