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Tribunale - Operazione Drum - Parla Marco Russo, uno dei difensori dei 23 imputati arrestati nel blitz scattato sei anni fa - Nel frattempo è stata riconosciuta a tutti la "lieve entità" dell'ipotesi di spaccio

“Maxiretata antidroga, un processo morto prima di cominciare”

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L'avvocato Marco Russo

L’avvocato Marco Russo

Viterbo – (sil.co.) – “Un processo morto prima ancora di iniziare”, dice l’avvocato Marco Russo.

E’ tra i difensori dei 23 imputati del processo scaturito da una delle più grosse inchieste antidroga della procura, sfociata all’alba del 25 giugno 2013 nelle 61 ordinanze di custodia cautelare dell’operazione Drum, 23 delle quali nel Viterbese.

Un processo frutto di complesse e articolate indagini che non decolla e che rischia di prescriversi prima ancora di arrivare a una sentenza di primo grado.

Il collegio presieduto dal giudice Gaetano Mautone mercoledì è stato costretto a rinviare ancora una volta a un’altra udienza l’ammissione delle prove, disponendo la nullità del decreto di rinvio a giudizio e la trasmissione degli atti al gip perché venga corretto e nuovamente notificato agli imputati, non essendo formulati in maniera precisa i capi d’imputazione. 

Il tribunale ha così accolto l’eccezione preliminare formulata dalle difese, a distanza di sei anni dal blitz e dopo un anno dal rinvio a giudizio dei 23 imputati per i quali, nel frattempo,  in sede di udienza preliminare, è stata la stessa pm Paola Conti a chiedere la riqualificazione del reato di spaccio secondo il quinto comma, ovvero col riconoscimento della lieve entità, in base alla meno afflittiva normativa entrata in vigore successivamente alla maxiretata dell’operazione Drum.

“Il processo è morto prima ancora di iniziare”, commenta l’avvocato Russo, che ha seguito la vicenda giudiziaria di parte degli indagati fin dalla prima ora. 

“Le numerose ipotesi accusatorie non hanno ricevuto alcuna conferma neppure nella fase delle indagini ricordando che tutte le misure cautelari in carcere inizialmente adottate dal gip sono state interamente annullate dal tribunale del riesame di Roma per carenza assoluta di motivazione sui gravi indizi di colpevolezza ed esigenze cautelari, vizio tutt’altro che formale che ha intaccato lo scheletro delle indagini, misura mai rinnovata”, sottolinea. 

“Ciò ha portato il pm a rivedere in modo sostanziale, sin dalla udienza preliminare, le accuse che vengono oggi contestate a tutti gli imputati in termini di lieve entità, con pene fra sei mesi e quattro anni di reclusione che potrebbero anche essere oggetto di sospensione del procedimento per la messa alla prova e con esclusione delle severe aggravanti dell’ingente quantitativo”, conclude il legale. 


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5 luglio, 2019

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