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Tuscania - Imputato un 43enne, vittima una 50enne - Inizialmente era indagato per riduzione in schiavitù

Schiavizzata e segregata nell’agriturismo bunker, confermati 4 anni in appello all’imprenditore

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La corte d'appello di Roma

La corte d’appello di Roma

Marco Valerio Mazzatosta

Marco Valerio Mazzatosta

Tuscania – (sil.co.) – Schiavizzata e segregata nell’agriturismo bunker di Tuscania, confermata in appello la condanna a 4 anni di reclusione per maltrattamenti in famiglia e violenza sessuale aggravati a carico dell’ex convivente della vittima.

Vittima una 50enne d’origine dominicana, parte civile con l’avvocato Marco Valerio Mazzatosta, protagonista ieri di una sentita discussione dopo la richiesta a sorpresa di assoluzione da parte del procuratore generale. Il processo di primo grado si era concluso il 25 gennaio 2022 davanti al collegio del tribunale di Viterbo.

Imputato un imprenditore agricolo 43enne – inizialmente indagato per riduzione in schiavitù – finito nei guai il primo dicembre 2015 quando la presunta vittima ha sporto denuncia. Il giorno prima, 30 novembre, l’imputato era stato arrestato, nel casale dell’immensa tenuta agricola tra Marta e Tuscania dove la coppia conviveva con i due figli minori di lei e la famiglia di lui, in seguito al ritrovamento di un fucile illegalmente detenuto.

La relazione era cominciata con un colpo di fulmine il giorno stesso in cui si erano conosciuti, a un pranzo, il 25 aprile 2014. 

Secondo l’accusa, il 43enne sarebbe stato “violento anche con gli animali” – avrebbe ucciso un gattino e gettato le pecore malate ancora vive in un dirupo, Attendibili le testimonianza sia della parte civile sia della precedente compagna, “perfettamente sovrapponibili, nonostante non si conoscessero”.

La 55enne sarebbe stata convinta a rinunciare al lavoro che aveva a Viterbo per andare a convivere, perdendo la sua autonomia dal punto di vista economico e la libertà. Le sarebbero stati tolti l’auto e il telefono. L’imputato sarebbe stato “geloso perfino del padre”. Sarebbe stata percossa, costretta a stare ore sul trattore, alzarsi all’alba per mungere le pecore senza una retribuzione. E “costretta a fare sesso contro la sua volontà”.

“Non ha denunciato prima perché temeva che i servizi sociali le portassero via i bambini e di non essere creduta. Quando il 26 settembre 2015 era scappata una prima volta chiedendo aiuto, i carabinieri hanno svolto attività conciliativa”, ricorda il difensore di parte civile Mazzatosta.

Convinto da sempre dell’innocenza del suo assistito il difensore Marco Russo che, una volta uscite le motivazioni della sentenza della corte di appello di Roma, potrà presentare ricorso per cassazione. 


Articoli: Schiavizzata e imprigionata nell’agriturismo bunker, 4 anni a imprenditore – Schiavizzata e imprigionata nell’agriturismo-bunker, processo al rush finale – “Schiavizzava le sue vittime tenendole prigioniere nell’agriturismo bunker” – “Mi ha segregata nell’agriturismo, togliendomi auto e cellulare” – “Se mi denunci, prendo il migliore avvocato e orino in bocca ai giudici”


Presunzione di innocenza

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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22 settembre, 2023

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