Viterbo – Colf e operai stranieri assunti da clochard, colpo di spugna per sette imputati.
È arrivato martedì il colpo di spugna della prescrizione per il processo a sette imputati scaturito dall’operazione “Easy to place” della Digos, sfociata in tre arresti il 27 novembre 2015. Misure cautelari disposte dal gip su richiesta della procura, a suo tempo confermate dal tribunale del riesame. Gli imputati erano difesi dagli avvocati Giuseppe Pierdomenico e Francesca Bufalini.
Due giorni fa, davanti al collegio del tribunale di Viterbo presieduto dal giudice Daniela Rispoli, il pubblico ministero Michele Adragna ha riqualificato l’ipotesi di reato contestata agli imputati da traffico a favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, sancendone l’estinzione per intervenuta prescrizione.
L’inchiesta era scaturita da un insolito boom di colf e operai assunti da senzatetto e nullatenenti. La presunta organizzazione sarebbe stata dedita a lucrare su stranieri solo apparentemente regolari sul territorio italiano, facendo ottenere loro, col doppio trucco alloggio-lavoro, il permesso di soggiorno.
Il costo si sarebbe aggirato attorno ai 1500 euro a straniero: 300 euro per l’alloggio, 700 euro per il contratto, più i contributi Inps a proprie spese. Tra le vittime una donna giunta in Italia per motivi umanitari e finita nella rete degli sfruttatori di clandestini.
Le prime indagini risalgono addirittura al 2014, dieci anni fa, su input della Digos di Firenze che, nell’ambito del giro di vite in seguito all’escalation del terrorismo internazionale, aveva segnalato ai colleghi della Digos di Viterbo come residente nella Tuscia un pakistano fermato per alcune scritte anarchiche sul muro dell’università, in realtà solo transitato a casa di un connazionale.
In carcere finirono i due presunti capi del sodalizio, una coppia di pakistani cinquantenni, uno dei quali residente a Roma. Nella capitale avrebbero gestito il florido traffico di “clandestini” nel quartiere di Torpignattara, punto di riferimento degli immigrati pakistani.
Ai domiciliari, invece, finì il “supervisore”, residente a Gallese: un insospettabile imprenditore del settore alimentare pakistano di 57 anni, specializzato in import-export, incensurato, che aveva da poco avviato l’istruttoria per la cittadinanza italiana.
Il pakistano di Gallese, in particolare, secondo l’accusa avrebbe contribuito assumendo lui per primo fittiziamente come operai e magazzinieri gli stranieri, stipandoli a decine in una piccola casa fatiscente, dove il gran numero di residenti, che puntualmente non venivano trovati nell’appartamento ai controlli delle forze dell’ordine, ha insospettito gli investigatori, che hanno presto scoperto l’arcano. Abitavano lì solo sulla carta.
Tra il 2009 e il 2015, a casa del 57enne di Gallese, con una fitta rete di contatti con connazionali in tutta Europa, sarebbero transitati almeno una cinquantina di clandestini, giunti o rimasti in Italia grazie a permessi di lavoro ottenuti presentando documenti falsi all’ufficio immigrazione della questura. Pachistani, indiani, mediorientali e provenienti anche da Africa Centrale e settentrionale.
Silvana Cortignani
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Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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