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Mafia turca - L'arsenale a casa di Ahmet Durmus, braccio destro del presunto boss Boyun, da mettere "a disposizione dei fratelli" all’occorrenza

Mitragliatori nascosti a Vetralla, uno dei sodali: “Se lo beccano con quelli non escono più per 60 anni dal carcere…”

di Barbara Bianchi
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Viterbo – Era nascosto a Vetralla parte dell’arsenale su cui poteva contare Baris Boyun. Quaranta anni di Istanbul, considerato uno dei più pericolosi boss della mafia turca, è stato arrestato all’alba del 22 maggio a Bagnaia. Assieme a lui a finire in manette la compagna, la moglie, altri 16 connazionali turchi e il viterbese Giorgio Meschini. Tutti, secondo l’accusa, guardaspalle e fedelissimi del boss. Devono rispondere, a vario titolo di accuse che vanno dalla banda armata con finalità terroristiche al traffico internazionale di droga fino all’omicidio e al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Detenzione di armi e di esplosivi. 

Mafia turca - A Viterbo la cattura del boss Baris Boyun

Mafia turca – A Viterbo la cattura del boss Baris Boyun


E proprio alcune delle armi nella disponibilità del gruppo di Boyun sarebbero state nascoste in questi mesi a Vetralla. Mitragliatori detenuti da Ahmet Durmus, 37 anni, “braccio destro” del boss come gli stessi inquirenti sottolineano. È lui, stando a quanto emerso da alcune intercettazioni contenute nelle oltre cento pagine di ordinanza di custodia in carcere firmata dal gip di Milano, a nascondere le armi nella sua abitazione per metterle “a disposizione dei fratelli” all’occorrenza. Si tratta di due grossi mitragliatori Uzi. Nel corso di una chiacchierata con un suo connazionale, al suo interlocutore che gli chiede se li tiene in giardino, Ahmet Durmus risponde: ”non in casa ma nelle immediate vicinanze che in caso di necessità possono reperirli subito”. L’interlocutore gli “chiede se ha anche il calcio” e lui “risponde in modo positivo”, per poi aggiungere che “se lo beccano con quelli non escono più per 60 anni dal carcere…”.

Mafia turca – A Viterbo la cattura del boss Baris Boyun – Il blitz del 22 maggio a Bagnaia


L’associazione, secondo quanto ricostruito durante le indagini, avrebbe potuto contare non solo su un “micidiale” arsenale ma anche su tantissimi soldi e un gruppo ben coeso di aiutanti e sodali. La pm Albertini l’ha definito un gruppo “estremamente pericoloso perché dotato di armi cruente. Armi pesanti, clandestine, da guerra”. Non solo mitragliatrici ma anche kalashnikov e bombe a mano, da usare con “obiettivi politici: la lotta è contro quelli che hanno “infestato lo stato turco””. E di cui avevano disponibilità, introducendole in maniera illecita in Italia dalla Svizzera e dall’Olanda. Come loro stessa ammissione durante alcune conversazioni intercettate. “Dalle indagini tecniche effettuate sulla auto, sui telefoni e soprattutto nell’abitazione ove Boyun è detenuto agli arresti domiciliari, tramite una microspia nascosta nel suo braccialetto elettronico, è emerso come la principale attività del gruppo, soprattutto in Italia, sia costituita dal traffico di armi” scrive il gip Roberto Crepaldi.

Mafia turca - Da sinistra, Giorgio Meschini, Baris Boyun e Bayram Demir

Mafia turca – Da sinistra, Giorgio Meschini, Baris Boyun e Bayram Demir 


“La prima dimostrazione della dimestichezza e delle capacità del gruppo in materia di armi è costituita dalla perizia svolta sulla Glock sequestrata dalla polizia di Como nell’ottobre 2023. Dagli accertamenti tecnici svolti sull’arma ne è emersa la natura clandestina in relazione alla modifica intervenuta nella canna che, pur mantenendo un profilo simile all’originale, ha subito un processo di rigatura interna non conforme agli standard utilizzati dall’azienda produttrice (la canna in sequestro mostra un totale di 24 rigature destrorse, mentre l’osservazione accurata dei contrassegni posti sulla pistola in sequestro ha permesso di individuare caratteristiche dissimili con quelle originali). Inoltre, il punzione del banco di prova apposto sul lato destro del fusto non è identificabile con riguardo alla nazione di provenienza; ancora, il metodo di apposizione la qualità il tipo di carattere non sono conformi con i punzoni apposti da banchi di prova certificati; infine, la distanza tra le lettere e nella qualità del disegno dell’aquila apposte sull’arma, che nel caso di quella sequestrata è irriconoscibile. La complessità delle modifiche – sottolinea il giudice nell’ordinanza -, conferma le parole di Baris quando dice di avere una “propria fabbrica”, nella quale le armi possono essere manipolate e trasformate, per poi essere destinate alle necessità dell’organizzazione”.  “C’è la fabbrica – avrebbe detto il presunto boss -. Ho il mio produttore d’armi personale. Non li vendo questi, li do ai miei ragazzi”. 

Maxioperazione contro la mafia turca - La polizia in azione a Bagnaia - Arrestato Baris Boyun

Maxioperazione contro la mafia turca – La polizia in azione a Bagnaia – Arrestato Baris Boyun


Del resto, dalle indagini è emerso come tutti gli associati fossero soliti spostarsi sul territorio italiano armati, sia per la difesa di Boyun – vittima di un attentato quello di Crotone a suoi danni – ma anche per protezione personale. “Un gruppo con finalità di tipo strettamente terroristico” come lo definisce il procuratore capo di Milano Marcello Viola.

Barbara Bianchi


Presunzione di innocenza

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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27 maggio, 2024

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