Viterbo – (sil.co.) – Giovane mamma in fuga in giro per l’Europa: dalla Romania all’Italia, dall’Italia alla Romania, dalla Romania alla Germania. Non è irreperibile, ma non riescono a rintracciarla per farla testimoniare contro l’ex. Processo rinviato di un anno.
Quattro anni fa era scappata in pullman da un paesino in provincia di Viterbo col figlioletto di otto anni malato per sfuggire al compagno, difeso dall’avvocato Valter Billi, che tutte le sere si ubriacava e la picchiava. Le ripetute violenze domestiche sarebbero avvenute tra il 2019 e il 2021
La presunta mamma disperata, che avrebbe dovuto testimoniare al processo per maltrattamenti aggravati a carico dell’ex in corso a Viterbo, lo scorso 26 marzo fece sapere al collegio del tribunale con una lettera di essere tornata dai suoi in Romania e di non poter venire in Italia, per ragioni personali e a causa delle difficoltà economiche.
Abbastanza credibile e commovente da convincere i giudici a risparmiarle il viaggio, disponendo l’assunzione della testimonianza della parte offesa mediante ordine europeo di indagine, dando tempo alle parti fino al successivo 30 aprile per deporre in cancelleria le domande che intendevano fare alla donna e poi tempo fino al successivo 11 maggio per depositare le domande da fare in controesame.
Peccato che della donna in Romania non sia stata trovata traccia, come hanno fatto sapere le autorità locali, spiegando che si trova in realtà in Germania, dove sarebbero riusciti a risalire alla città dove vive e al suo indirizzo. Ai giudici viterbesi, lo scorso 20 gennaio, non è rimasto che rinviare il tutto a un’altra udienza, prendendo un anno di tempo, fino al 19 gennaio 2026, per rintracciarla e procedere all’interrogatorio a distanza.
Prima della fuga, la donna aveva denunciato il compagno in comune dove, su richiesta dell’assistente sociale cui aveva chiesto aiuto, si era recato personalmente il comandante della stazione dei carabinieri competente.
Tra i testimoni sono state sentite la barista che l’ha accompagnata in auto alla fermata del bus e la titolare del negozio di alimentari vicino casa con cui aveva fatto amicizia e si sarebbe confidata nei cinque mesi trascorsi in paese prima di decidersi a scappare. Sarebbero state proprio loro ad aiutarla a mettersi in salvo dandosi alla fuga.
A loro, la giovane avrebbe raccontato di percosse, segregazione, soldi negati per il cibo ma spesi per bere e giocare alle slot machine, mani addosso oltre che a lei anche al figlioletto autistico avuto da una precedente relazione. Maltrattamenti narrati, che avrebbero avuto anche dei riscontri. “Lei appariva anche fisicamente provata, si vedeva che le prendeva”, “una volta il piccolo aveva un taglio in fronte e ha fatto capire che non poteva dire perché”, hanno detto le testimoni.
Qualche mese dopo averla accompagnata alla fermata del bus per la Romania, la presunta vittima avrebbe mandato dei messaggi Whatsapp alla barista: “Per dirmi che lui minacciava di raggiungerla in Romania, dove era tornata dai suoi genitori, tanto sapeva dove stava, per uccidere lei e il figlio”.
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Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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