Sutri – (sil.co.) – Doveva essere una festa memorabile per gli scambisti, viterbesi e non, quella in programma la sera del primo maggio 2021 nella famosa villa “attrezzata” di Sutri che riapriva finalmente i battenti per i cultori del genere dopo la pandemia.
Carabinieri – Immagine di repertorio
Lunedì, a distanza di sei anni, è giunto alle ultime battute il processo ai “guastafeste” che hanno rovinato la serata d’inaugurazione post Covid. È successo quando i tre imputati, due uomini e una donna, fecero volare candelabri provocando un fuggi fuggi di clienti mezzi nudi, picchiando il titolare con una mazza da golf e rapinando 4mila euro dalla cassa.
Lunedì il collegio presieduto dal giudice Jacopo Rocchi ha sentito due testimoni e un consulente della difesa, i quali non hanno però parlato della serata finita male a Sutri, bensì del club privé subaffittato in precedenza nel centro di Roma dal gestore, vittima della “spedizione punitiva”, per i danni al quale gli imputati avrebbero preteso un risarcimento di 400mila euro. Il vecchio contenzioso, finito a carte bollate, sarebbe il movente della serataccia vissuta dagli scambisti del locale di Sutri.
A luglio 2020 nel locale romano sarebbe stato messo a segno un furto da un altro imprenditore del settore che, mettendo a soqquadro il club, si sarebbe portato via arredi e suppellettili per circa 40mila euro, appartenenti alla parte civile, lasciando danni per circa 10mila euro. “Abbiamo sporto denuncia per furto sia io che loro – ha detto in aula la parte offesa – che però poi hanno dato la colpa a me, che gli avevo dato le chiavi chieste con una scusa, facendomi causa per ottenere un risarcimento di 500mila euro. Nel frattempo continuavano a chiedere a me i soldi, una persecuzione. Fino alla sera del primo maggio 2021 quando sono venuti a cena nel mio locale di Sutri”.
Imputati una donna “bruna”, il marito e un altro uomo. Della “comitiva” faceva parte anche una donna “bionda”, romana, classe 1969, rimasta in disparte quando è esploso il caos, sentita il 21 maggio 2024 tra i testimoni dell’accusa. “Ero andata come altre volte con un amico, avevamo anche prenotato una camera. Il locale era pieno di gente, una bella serata, la prima dopo il lockdown. Poi c’è stata una lite di coppia,credo per gelosia, quindi il fuggi fuggi”, ha detto, negando che il suo amico o l’altra coppia con cui avevano condiviso il tavolo fossero implicati.
Parte civile il gestore, così come l’associazione di cui è presidente, con gli avvocati Domenico Siracusa e Ginevra Casini. Sul posto intervennero i carabinieri. A chiamarli, dicendo di essere stata vittima di un’aggressione, sarebbe stata invece l’imputata “bruna”, che tirando i candelabri contro i “cristalli” del bar avrebbe secondo l’accusa dato il via al caos.
Il titolare, in base a quanto emerso, sarebbe stato minacciato con una mazza da golf da uno degli imputati. “Dacci i soldi, altrimenti ti metto dentro una botte e ti cemento”, ha detto lui stesso quando è stato sentito al processo. “Hanno rotto le bottiglie, uno sgabello d’artista e quadri altrettanto preziosi, il vetro della porta d’ingresso, messo tutto sottosopra, continuando a inveire e minacciarmi davanti al personale e alla mia compagna”, ha proseguito.
Sentiti i tre testimoni sulle vicende pregresse, il collegio ha rinviato il processo a fine maggio per l’esame degli imputati e la discussione.
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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