Viterbo – (sil.co.) – È ripreso lunedì con la testimonianza della presunta vittima, una 23enne tunisina sentita con l’interprete, il processo per maltrattamenti aggravati all’ex marito, un connazionale di 36 anni, sposato in patria il 30 agosto 2023 per poi partire insieme in cerca di fortuna alla volta dell’Europa.
Un’odissea, quella che avrebbe vissuto la giovanissima moglie, tra Francia, Svizzera e Italia, tutti paesi dove l’uomo è stato arrestato sempre per averla picchiata, anche quando era incinta del figlioletto, nato a Viterbo il giorno di San Valentino del 2025. L’ultima querela, sfociata nel processo in corso davanti al collegio del tribunale di Viterbo, è relativa al 10 settembre 2025, quando la vittima è finita al pronto soccorso dell’ospedale Santa Rosa mentre il piccolo piangeva di un pianto irrefrenabile.
“Mi ha aggredita mentre eravamo ospitati in un appartamento al Giovanni XXIII“, ha riferito la 23enne, ospitata da allora presso una casa rifugio e parte civile con l’avvocato Dominga Martines. L’ex è difeso dall’avvocato Luigi Mancini. “Ogni volta mi chiedeva scusa e io rimanevo con lui perché ero sola, non avevo nessuno e avevo un bambino piccolo”, ha detto, spiegando perché abbia aspettato tanto ad andarsene.
Il calvario della donna sarebbe cominciato a settembre 2023 in Francia. dove “lui ha cominciato a usare il crack e a ubriacarsi”, “picchiandomi con calci sulla pancia già quando ero incinta di tre mesi” e dove “io andavo a fare le pulizie e lui si prendeva i soldi”. Espulso dalla Francia dopo l’arresto, nel 2024 la coppia è venuta in Italia, dove ha chiesto asilo politico, alloggiando nel centro di accoglienza di Orte, da dove a fine anno l’imputato è stato cacciato dopo che la moglie è finita in ospedale, rischiando di perdere il bambino in seguito a un’emorragia.
“Dopo 9 giorni di ricovero, mi ha fatto firmare le dimissioni, portandomi via che non riuscivo neanche a camminare“, ha raccontato la 23enne.Nato il piccolo in Italia, a giugno 2025 sono quindi finiti in un centro di accoglienza in Svizzera, dove il 25 del mese la donna sarebbe stata aggredita “perché lavoravo solo io e non volevo dargli i soldi che mi sì servivano per il latte del piccolo”, salvata da un profugo siriano dall’ennesimo pestaggio, davanti al figlioletto, riuscendo a riprendere l’aggressione in un video girato col telefonino, agli atti del processo.
Tornati a Viterbo nell’estate dell’anno scorso, la sera del 9 settembre al Giovanni XXIII si è consumato l’ultimo atto, quando un’operatrice della struttura ha chiamato la polizia e il 118 e la donna ha trovato rifugio col bimbo in una casa rifugio per donne maltrattate. “Mio marito ha scoperto dove stavo e ha mandato dei connazionali a minacciarmi e togliermi il telefonino”, ha concluso. Si torna in aula a primavera.
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Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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