Viterbo – C’erano armi, c’erano omicidi, c’erano stragi. C’erano pianificazioni di attentati, ma soprattutto c’era la totale abnegazione dei sodali nel confronti del loro capo, il presunto boss della mafia turca Baris Boyun. Un’abnegazione che si traduceva in una fitta rete di aiuti e supporti logistici. In persone pronte a tutto. Anche a sacrificarsi. “Sacrifico la mia vita per fratello Baris” ammette Durmus Ahmet.
Mafia turca – A Viterbo la cattura del boss Baris Boyun
37 anni, nato in Turchia e residente a Vetralla in stradone Luzzi, è una delle persone più devote al boss. Secondo l’accusa, lo assiste e sostiene nella realizzazione delle singole operazioni criminali: procura autovetture alloggi e denaro proveniente dalla Turchia e da altri paesi che ricicla in Italia, traffica un rilevante numero di armi che occulta nella propria abitazione ed in zone adiacenti, dà ospitalità a esponenti di organizzazioni criminali, dà indicazioni su come “superare” i controlli di polizia e su cosa dire se vengono fermati.
Video: Arresto di Baris Boyun – video della polizia – L’operazione antimafia Turca
Durmus è totalmente devoto alla causa di Boyun. Quella di un’associazione criminale organizzata con cellule radicate in Italia e in parte d’Europa, come Germania, Olanda, Svizzera, Belgio, Croazia, Slovenia, Kosovo e Bulgaria. Un’organizzazione, secondo la procura di Milano che ha dato il via e articolato le indagini sfociate nel blitz del 22 maggio a Bagnaia e in 20 arresti in carcere, dedita a commettere una lunga serie di reati. Dalla detenzione e porto ubusivo di armi anche clandestine e traffico internazionale di armi, al favoreggiamento immigrazione clandestina, passando per omicidi, stragi, traffico di sostanza stupefacente, riciclaggio, falsificazione di documenti di identificazione, ricettazione ed autoriciclaggio. Un’organizzazione ben articolata e strutturata che garantiva ai propri uomini armi, soldi e mezzi di ogni tipo. Comprese decine di auto, anche blindate tutte dotate di nascondigli per le armi.
Mafia turca – A Viterbo la cattura del boss Baris Boyun
A capo del gruppo uno degli uomini più ricercati da Ankara, Boyun che dalla piccola frazione di Bagnaia, dove era agli arresti domiciliari, stava pianificando un attentato eclatante. “Dammi una settimana di tempo, sto facendo grandi preparatorie, tutta la Turchia ne parlerà” diceva, intercettato. Lo scopo del 39enne, così come ricostruito dal gip nell’ordinanza di custodia cautelare, è quello di “conquistare la supremazia su altri gruppi criminali che hanno infestato, a suo giudizio, lo stato turco, lotta che evidentemente non coinvolge solo l’aspetto criminale ma anche quello istituzionale, accusato di fiancheggiare e favorire altre organizzazioni. Proprio in relazione allo stretto legame tra aspetto criminale e assetto dello stato la finalità del gruppo capeggiato da Boyun non si limita ad una lotta tra clan per il controllo del territorio e delle dinamiche criminali (traffico di droga, di armi e di migranti), come spesso constatato in passato nel contesto italiano tra associazioni mafiose rivali, ma assume natura propriamente terroristica. Gli attentati, gli omicidi, le gambizzazioni – prosegue il gip Roberto Crepaldi -, sono certamente funzionali a imporsi rispetto agli altri gruppi criminali ma anche a spezzare il legame esistente, sempre nell’ottica di Boyun, tra queste e lo stato, orientando i comportamenti delle istituzioni e sostituendosi, evidentemente, a quei legami. Tale destabilizzazione passa, com’è evidente, anche dall’imporre il terrore nella popolazione (almeno in una parte di essa), del resto già ampiamente terrorizzata alla sola idea di pronunciare il nome di Boyun, noto come criminale violento e senza scrupoli, autore di estorsioni, pestaggi, gambizzazioni, omicidi e gravissimi attentati”.
Maxioperazione contro la mafia turca – La polizia in azione a Bagnaia – Arrestato Baris Boyun
“Del resto, proprio l’uso della violenza è il mezzo, oltre all’accumulo di ricchezze illecite, con il quale il Boyun intende perseguire i propri obiettivi criminali e politici” si precisa nell’ordinanza. E al suo fianco, può contare sui suoi sodali. Il gruppo non si nutre soltanto della solidarietà reciproca, ma anche di un vero e proprio “culto” della persona e della personalità del capo. Al quale molti sodali hanno giurato fedeltà a vita, personalmente, fino a dirsi pronti all’estremo gesto per lui. In un’occasione, Durmus riferisce a Cemil Aytekin ”Fratello questi lì carichiamo sulla mia macchina, perché io devo andare da quella parte, dopo dove va fratello Baris, io gli sono dietro”. Ed aggiunge: “Certo. Ho preso anche il permesso, ti posso dire una cosa confidenziale, sacrifico la mia vita per fratello Baris. Lui è uomo come si deve non mi ha fatto mancare nulla da anni…sono qui da un anno non mi ha fatto mancare nulla”.
Barbara Bianchi
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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