Montefiascone – (sil.co.) – Fabbricato sospetto vista lago, tutti prosciolti i cinque imputati per i presunti abusi edilizi legati al cantiere di via Bertina a Montefiascone. Tra loro il costruttore e politico Massimo Ceccarelli, nelle sue vesti di imprenditore, l’ex dirigente comunale all’urbanistica Angelo Cecchetti, oltre a proprietaria dell’immobile, progettista e direttore dei lavori.
Si è chiuso così ieri davanti al collegio del tribunale di Viterbo il processo scaturito dalla denuncia del proprietario dell’immobile confinante, parte civile con l’avvocato Antonello Maseo del foro di Roma. Estinti per prescrizione tutti i capi d’imputazione, tranne uno per cui la stessa pubblica accusa ha chiesto l’assoluzione.
E’ la vicenda del cantiere sequestrato due volte e due volte dissequestrato nel giro di pochi mesi, a agosto 2018 e poi di nuovo a aprile 2019. Al centro dell’inchiesta dei carabinieri forestali un fabbricato con vista panoramica sul lago di Bolsena.
I sigilli sono stati apposti una prima volta all’inizio di agosto 2018 e poi tolti a settembre dopo il ricorso al riesame da parte del difensore Enrico Valentini, concorde lo stesso pubblico ministero, in seguito a una relazione del geometra incaricato dal Comune. Una relazione poi smentita dalla polizia giudiziaria sulla scorta di una carta tecnica regionale per cui il pm Franco Pacifici, dopo avere sentito il dirigente Angelo Cecchetti, assistito da Giovanni Labate, il 19 ottobre 2018 e il 31 gennaio 2019, ha affidato due consulenze tecniche a un proprio geometra, depositate il 28 febbraio 2019.
Sempre il 28 febbraio 2019 è stata sentita a sommarie informazioni la funzionaria della Soprintendenza di Roma che aveva istruito la pratica, secondo cui “quanto realizzato era difforme da quanto autorizzato”. Risale al 23 maggio di quattro anni fa l’ultimo tassello, che ha definitivamente convinto il pm di essere nel giusto, quando la funzionaria della Soprintendenza ai beni paesaggistici, su richiesta di Pacifici, ha effettuato un sopralluogo sul cantiere, confermando “una forte difformità tra le altezze rappresentate in progetto per l’intero fabbricato e le strutture edificate, con un evidente potenziale incremento di impatto paesaggistico sull’intero contesto”. L’ultima parola sui sigilli al cantiere è toccata alla corte di cassazione che, nel 2020, ha rigettato il ricorso della procura.
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